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Da Roccella Ionica a Vibo Valentia, in vela come in bici: stessa velocità, stessa lentezza

di Marco Marmeggi

Se fossimo passati da qui in bicicletta, l’effetto sarebbe stato lo stesso. Avremmo percorso la 106, la statale che da Roccella Ionica porta a Reggio Calabria, e avremmo costeggiato le valli dove l’Appenino si inchina e immerge la testa nello Ionio. Forse ci saremmo anche guardati, dall’asfalto al mare, mentre entrambi attraversavamo l’Amendolea, la fiumara che spezza i monti dell’Aspromonte e sulle cui rive cresce l’albero del mandorlo. Avremmo tenuto la stessa velocità. La stessa lentezza.

In barca navighiamo a sei nodi, più o meno dodici chilometri all’ora, la spinta, appunto, di un pedale senza affanno. È uno spostarsi d’altri tempi, un passeggio dimenticato, uno scorrere delle cose a cui non siamo stati preparati, un insegnamento mancato. È un peccato perché la lentezza cambia lo spazio e quindi cambia anche il tempo, la sua corsa rallenta e ti costringe ad osservare il mondo, a non vederlo e basta, che è cosa piccina, ma a conoscerlo e mandarlo a memoria. In Leggenda dei monti naviganti, Paolo Rumiz, arrivato alla fine del suo viaggio a Capo Sud, in Calabria, scrive, guardando il mare: “Passa una vela al largo. Ha la stessa velocità delle schiume. Sembra ferma”. Mi piace pensare che quella barca potrebbe essere la nostra. Ferma in mezzo al mare. Tra le antiche Saline abbandonate sulla costa e l’Etna innevato che si stacca da terra e cresce oltre le nuvole.

Abbiamo attraversato lo Stretto di Messina con un vento fresco che ha sollevato piume bianche sulla cresta delle onde. Lo Stretto è una lingua di mare che passa tra due terre, l’imboccatura di un imbuto, che si allarga tra Capo dell’Armi e Capo Sant’Alessio per chiudersi in una curva larga quanto un tiro di balestra. Un miglio e mezzo per novantotto metri di profondità. L’altezza di una sequoia secolare cresciuta sul fondale. Se il mare si ritirasse e si rendesse asciutto come nel Libro dell’Esodo, si potrebbe scendere da Capo Paci a Capo Peloro attraversando una valle e risalendola a passo leggero.

Alessio Bernabò è salito a bordo per accompagnarci in questo tratto di mare, sono le sue terre, le sue coste, un senso di appartenenza che al Nord non s’impara. È un amico, poi cofondatore di Diversamente Marinai, porta avanti un progetto di inclusione sociale a bordo di un barca da corsa, Vaquita, uno dei pochi Class 40 presenti in Italia. Si chiama Crossing Routes, a different sailing team perché i processi di integrazione sono sempre incroci di rotte, intrecci di esperienze che rappresentano mondi nuovi. Che io sappia, è l’unico skipper disabile ad affrontare regate d’altura nel Mediterraneo.

L’ultima volta che ha passato questo canale era una notte di gennaio di un anno fa, trascorsa ad eseguire mille virate contro le raffiche di vento che provenivano dal Tirreno. Da Monfalcone è sceso con Vaquita fino all’estremo sud del nostro Paese per risalire e finire il viaggio a Livorno dove fa base il progetto, un laboratorio sociale unico in Italia che vuole creare un equipaggio composto da disabili e normodotati in grado di affrontare campi di regata internazionali.

Al largo di Pentedattilo, un paese leggendario abbandonato sulla rupe del Monte Calvario, Alessio guarda l’imboccatura dello Stretto, chiude gli occhi a fessura per via del sole e del vento e mi chiede se anch’io percepisco di essere in un luogo magico. Se ho la sensazione di navigare insieme a tutti i naviganti che l’hanno attraversato nel corso dei secoli. Greci, romani, bizantini, arabi, normanni, spagnoli, inglesi, americani. Da qui è passata la storia del Mediterraneo, tra Punta Pezza e Ganzirri interi popoli hanno dovuto fare i conti con la corrente, coi due mari che qui si scambiano il sangue, mischiano molecole e organismi, incrociano, anche loro, le proprie rotte d’acqua salata.

Charles Borden, in La ricerca del mare, paragona i grandi navigatori solitari ai grandi uccelli migratori che attraversano gli oceani volando per migliaia di chilometri. Alcune di queste specie passano anche da qui per andarsi a riprodurre nei paesi dell’Europa settentrionale. Il pellicano bianco, la pavoncella, il falco pecchiaiolo, l’uccello delle tempeste. Sorvolano lo Stretto allungando il collo e spiegando e ali. Magari uno di loro, abituato a seguire le navi, viaggia davanti a noi, per aprirci il cammino e indicarci la rotta. Chissà se la vede, da lassù, questa barca bianca che scivola sul mare con una brezza tesa in poppa e il fiocco a riva? Chissà se la vede, la nostra prua infilarsi nei gorghi di Scilla e Cariddi?

Passiamo lo Stretto al tramonto. Scivoliamo senza inciampi, senza sbandamenti di prua. L’acqua ribolle, i vortici spianano il mare e il vento solleva spruzzi in falchetta. Alcuni pescatori, a bordo di barche minuscole, si lasciano trasportare alla deriva dalla corrente. Danzano sotto i due giganteschi piloni dell’elettricità che si innalzano sulle sponde estreme della Calabria e della Sicilia. Ormai dismessi, di loro rimane lo scheletro d’acciaio, i bracci a forma di croce per tendere fili immaginari da parte a parte. Ricordano un Cristo di ferro piantato nella terra, una tensione che non passa più da est a ovest, ma se ne va su, verso un cielo tanto trasparente che pare quasi di vederci dentro.