Società

Videogiochi violenti, ma i genitori sono impazziti? Usiamo il buonsenso

Quanti ne hai killati ieri? Dal verbo kill, ammazzare. E’ il nuovo linguaggio dei ragazzini, che trasuda una violenza tanto triste quanto virtuale. Ai bambini sempre più spesso viene impedito di rotolarsi nell’erba, arrampicarsi sopra agli alberi, andare a scuola da soli in bici perché è pericoloso, ma allo stesso tempo si permette loro di passare ore davanti videogiochi violenti, chattando on line (magari con perfetti sconosciuti). Fortnite-Battle Royal, la moda del momento, è sconsigliato ai minori di 12 anni (Pegi 12+) ma viene giocato da quasi tutti i ragazzini delle primarie. Una spacconata violenta, un inneggiare all’uso delle armi, dove i bambini impersonificano guerriglieri armati e si divertono a sparare e ammazzare senza motivo. Poi, dopo aver ammazzato, ci ballano su. Se poi sparano alla testa hanno più punti: wow, educativo. Cyberbullismo verso i più deboli, adulti “squali” che cercano di spillare soldi o addirittura adescare sessualmente gli adolescenti sono solo alcune delle controindicazioni del gioco.

Da circa un anno, nonostante la pressione avversa delle lobby del videogioco, l’Oms ha riconosciuto ufficialmente la dipendenza da videogame come una patologia: circa 240mila giovani italiani trascorrono più di tre ore al giorno davanti allo schermo, con sempre maggiori danni alla vita reale. Anche i bambini piccolissimi, prima dei 6 anni, stanno spesso davanti a uno schermo. Aumentano così i problemi di apprendimento, aumenta la sedentarietà con relativi problemi alla salute (i ragazzini italiani hanno il record di sovrappeso e obesità).

Esistono giochi ancora più violenti di Fortnite. Mi ci sono imbattuta per caso, leggevo un articolo e ho chiesto a mio figlio di 11 anni: “Ma i tuoi amici ci giocano a Gta? Che roba è?” Lui mi ha risposto che sì, qualche amico ci giocava, col permesso dei genitori. Sono allora andata a vedere un trailer, ho approfondito, e sono rimasta sconcertata: il protagonista rapinava una banca, massacrando di botte gente innocente, poi poteva decidere di far sesso con una prostituta, ucciderla e ripendersi i soldi, spacciare droga, investire passanti con l’auto. Il tutto con un realismo da mozzare il fiato. A questo gioco (con Pegi +18) giocano ragazzini di 10-11 anni, con genitori più o meno consapevoli. Viene da chiedersi se i genitori siano impazziti del tutto. Ma perché, a fronte di questo, la classificazione Pegi è solo consigliata e non è obbligatoria? Perché la proposta di legge (2015) “Introduzione dell’obbligo di classificazione dei videogiochi” è ancora sepolta in Parlamento, in attesa di essere discussa?

I ragazzini passano più ore davanti ai videogiochi che a scuola o insieme ai genitori. Giorno dopo giorno, quelle scene virtuali diventano modelli normali, le vittime massacrate diventano divertimento, le donne abusate e uccise diventano un trofeo da mostrare agli amici. Nella mente di un ragazzino, che si affaccia appena al mondo, quale messaggio, quali valori si consolidano? Diritti umani, rispetto delle donne, pacifismo, impegno: che posto prendono?

Una ricerca del 2014, studiando dati dal 2007 al 2011, ha negato la relazione tra esposizione a violenza virtuale e aggressività reale, dimostrando addirittura una relazione inversa. Le ricerche più recenti mostrano al contrario che bisogna prestare molta attenzione. Uno studio del 2016 ha analizzato i comportamenti maschilisti e la scarsa empatia verso la donna vittima, nei giocatori che avevano giocato a videogiochi violenti e sessisti, dimostrando una correlazione. Un altro studio pubblicato sulla National Academy of Sciences, negli Usa, ha studiato oltre 17mila adolescenti tra i 9 e i 19 anni nel periodo di tempo che va dal 2010 al 2017 (Jay Hull 2018). La ricerca evidenzia come nei giovani che giocano a videogiochi violenti, col progredire del tempo, aumenta anche la probabilità del manifestarsi atteggiamenti violenti, come le aggressioni.

“I giochi violenti desensibilizzano i giocatori, rendendoli indifferenti alla sofferenza altrui. Numerosi lavori trasversali e longitudinali hanno evidenziato che l’esposizione a media violenti non è ‘la’ causa di comportamenti estremi, ma aumenta il rischio. Il cervello umano è plastico e la sua struttura è modellata dalle esperienze, reali o virtuali che siano” spiega Brad Bushman, docente di psicologia all’Ohio State University.

Che ci siano o meno prove scientifiche, ce lo dice il buonsenso: smettiamola di esporre i bambini e i ragazzi alla violenza più brutale (seppur virtuale). Diamo dei limiti di tempo ai ragazzi, e videogiochi che siano meno violenti e più educativi. Spingiamoli ad uscire, ad appassionarsi al reale, a esplorare il quartiere, la città in bici.