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Venezuela, tra Usa e Russia è clima da Guerra Fredda. Dalla Siria all’est Europa, Mosca sbarra la strada a Washington

Tensione sempre più alta, dichiarazioni forti e muscolari e grandi interessi economici in gioco. Se non fosse che siamo nel 2019, sembrerebbe di essere tornati indietro di 60 anni, con il Cremlino che sui più importanti dossier internazionali ha adottato la strategia dell'ostruzionismo nei confronti dell'America. Spesso ottenendo ottimi risultati

Da una parte gli Stati Uniti, dall’altra la Russia, con sullo sfondo la Cina. Sono i paesi che più di tutti si stanno esponendo sul Venezuela, in particolare dopo il tentato golpe del 30 aprile lanciato dall’autoproclamato presidente, Juan Guaidò, e per ora terminato con un nulla di fatto. Se non fosse che siamo nel 2019, sembrerebbe di essere tornati indietro di 60 anni, ai tempi della Guerra Fredda. Tensione sempre più alta, dichiarazioni forti e muscolari e grandi interessi economici in gioco. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha accusato gli Stati Uniti, in particolare il Segretario di Stato Mike Pompeo, di portare avanti una “guerra di informazioni” tutt’altro che vere.

Non sarebbe infatti vero che la Russia avrebbe convinto il presidente venezuelano, Nicolas Maduro, a non lasciare il Paese per fuggire e rifugiarsi a Cuba di fronte al pericolo di una rivolta appoggiata dall’esercito. Circostanza che era stata data per sicura sia da Pompeo che da John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, pur senza darne alcuna prova. E anche se entrambi, come lo stesso Donald Trump, hanno ribadito che per gli Usa “tutte le opzioni restano sul tavolo”, quindi anche quella di un intervento militare, il monito del ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov è arrivato forte e chiaro a Washington: “Non interferite negli affari interni del Venezuela o ci saranno conseguenze gravi“. Lavrov ha parlato di “posizioni incompatibili” tra i due paesi. Pur senza chiudere la porta al dialogo, ha minacciato di costituire un blocco di Paesi, coalizzando tutti coloro che sono contro l’approccio “aggressivo” degli Usa, e ha anche chiesto il sostegno dell’Onu “per la difesa delle norme fondamentali e dei principi del diritto internazionale, così come sono definiti nello Statuto delle Nazioni Unite”.

Intanto alla Casa Bianca, raccontano i bene informati, cresce un sentimento di frustrazione e di incertezza. Perché dopo quella che sembrava la spallata decisiva al regime da parte della piazza, Maduro è ancora lì al suo posto, e ha ancora il controllo di gran parte delle forze armate. A Washington, insomma, ci si era forse un po’ illusi che si fosse alle battute finali e che la chiamata alla rivolta di Guaidò portasse davvero alla fine in poche ore del regime. Invece così non è stato e Maduro, in segno di sfida, si è mostrato in tv, a reti unificate, alla testa di un gruppo di soldati alla base militare Fuerte Tiuma, nell’area della capitale, smentendo Guaidò e mostrando che l’esercito è dalla sua parte. E instillando il dubbio che forse le notizie di intelligence in mano agli 007 Usa sulla tenuta di Maduro e sulla capacità dell’opposizione erano inadeguate. Così come non del tutto corretta è stata la lettura di quanto stava accadendo nelle ultime ore nella capitale venezuelana, dove prima si è parlato di golpe in corso, poi di rivolta, e infine di una forte protesta di piazza.

Anche se ora non c’è più la lotta per arginare il comunismo, gli Stati Uniti in questi ultimi anni si sono visti sbarrare sempre più spesso la strada in politica estera sui dossier più caldi, anche al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dalla sua contendente di sempre, la Russia. Basta pensare alla Siria, dove l’intervento del Cremlino ha di fatto impedito la caduta di Bashar al-Assad, e il sostegno all’Iran (con cui ormai collabora da due anni sulla Siria, insieme alla Turchia), contro l’inasprimento delle sanzioni.

Oltre a Siria e Venezuela, gli Usa temono di essere stati scalzati nella loro influenza anche in Europa, a tutto vantaggio di Cina e Russia, dopo un “decennio di disimpegno nell’Europa centro-orientale”. Un vuoto propizio, che sarebbe stato sfruttato aggressivamente dalle sue due rivali, contro cui ora cerca di recuperare terreno. Tanto che anche i capi di Cia e Fbi hanno ribadito più volte come la più grande minaccia per gli Stati Uniti non sia rappresentata dall’Iran, come affermano Trump e Pompeo, ma da Cina e Russia, che dalla fine della Guerra Fredda non sono mai state così determinate nel voler affermare la loro supremazia tecnologica e militare.