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Fabrizio Moro si racconta a FQMagazine: “A 44 anni posso dirmi abbastanza felice. Ultimo? Mi sono molto arrabbiato con lui…”

Il cantautore traccia la linea dei bilancia con il nuovo album “Figli di nessuno” e si stupisce di come abbia subito una metamorfosi: "Devo ammettere che la mia condizione emotiva è cambiata molto e in meglio. Raggiungere qualcosa di bello e qualcosa di grande, in poco tempo, non credo sia sano..."

Riflessivo, tormentato ma con uno spiraglio di luce all’orizzonte. Fabrizio Moro traccia la linea dei bilanci a 44 anni (festeggiati di recente, il 9 aprile) con il nuovo album “Figli di nessuno” e si stupisce di come abbia subito una metamorfosi: “Devo ammettere che la mia condizione emotiva è cambiata molto e in meglio. Raggiungere qualcosa di bello e qualcosa di grande, in poco tempo, non credo sia sano. Ogni volta che si raggiunge un traguardo, bisogna avere la possibilità di guardarsi indietro e godere delle soddisfazioni ottenute. Quello che è successo in questi due anni mi hanno reso, a 44 anni, una persona abbastanza felice“.

La causa dell’infelicità Fabrizio l’ha individuata proprio nel lavoro: “Ho un problema: anche i traguardi umani li ho sempre legati troppo alle soddisfazioni e insoddisfazioni del mio lavoro. Mi sono sempre accanito con il mio mestiere. Di conseguenza i rapporti umani e familiari non andavano bene quando non era un periodo lavorativo felice e, al contrario, quando il lavoro ingranava tutto si risolveva ed ero il padre migliore e il compagno migliore”. Non è un caso che il nuovo album si chiami “Figli di nessuno”: “In genere si scelgono i titoli perché suonano bene, ma io mi sento un po’ come tutti quelli che non hanno mai avuto la mano tesa, un aiuto e hanno superato le difficoltà in silenzio e da soli”.

Questo è un album benedetto perché è stato scritto e prodotto in un momento in cui non avevo più energie e forza – spiega -. Avevo fatto due Festival di seguito, l’Eurovision, il tour, il live all’Olimpico e una serie di impegni che mi avevano debilitato fisicamente. Ogni volta che mi avvicinavo alla fine della stagione e pensavo a un album nuovo, mi dicevo che non ce l’avrei mai fatta. Succedeva però che appena mi avvicinavo alla chitarra o al piano avveniva qualcosa di magico. Le undici canzoni sono state scritte tutte di seguito, una dopo l’altra. Ogni volta che riposavo un poco, arrivavano le idee ed era tutto molto semplice, non mi era mai capitato”.

“Figli di nessuno” è la radiografia della storia di Fabrizio, ad esempio si racconta della sua infanzia all’oratorio: “Sono nato nel quartiere San Basilio a Roma e cresciuto in provincia, a Guidonia Montecelio, dove c’era solo l’oratorio. Non c’era nulla e ci ritrovavamo lì per suonare musica punk. Ma poi cambiato genere perché in Italia non va il punk (ride, ndr). Però sono stato influenzato da quel genere musicale“.

C’è spazio anche per i figli, in “Filo d’erba” ci sono le parole che un padre dice al figlio. “Ho una figlia, Anita di sei anni, e Libero di 10. Parlo proprio con lui perché lo osservo molto. Libero mi assomiglia fisicamente, è molto chiuso, introverso e fragile. Ho sempre paura che i miei figli non saranno fortunati come lo sono stato io e di non riuscire ad aiutarli ad affrontare le ostilità del mondo. Cerco di fare il possibile per loro, sin dalle piccole cose. Quando Libero andava alle elementari non ero tanto a casa, lo portavano il nonno o la mamma ed erano sempre protettivi nei suoi confronti: gli preparavano la merenda e gliela mettevano nello zainetto. Un giorno l’ho portato io a scuola, gli ho dato cinque euro per comprarsi tutto quello che voleva al bar, ma doveva farlo da solo. Ho osservato la scena dai vetri del bar e lo vedevo lì in mezzo alla fila, spaesato con tutti che gli passavano sopra. Era giusto che si cimentasse con una esperienza nuova, di responsabilizzazione. Mio figlio fa calcio, ama follemente Cristiano Ronaldo e lo rispetta come uomo per la sua storia umana e professionale. E’ il suo eroe, come per me lo è stata la figura di Rocky Balboa. Il borsone glielo preparava sempre la mamma, ma io gli ho spiegato che era giusto che si organizzasse da solo per mettere le scarpine, l’accappatoio, l’acqua perché senza nessuna di queste cose avrebbe potuto allenarsi. Insomma gli insegno ad essere più duro nella vita con questi piccoli accorgimenti”. E la figlia Anita? “Lasciamo stare, lei ascolta musica inascoltabile, tipo la trap (ride, ndr)”.

Dai figli biologici ai figli artistici come Ultimo. I due vengono dallo stesso quartiere di Roma, San Basilio, e hanno anche duettato assieme in “L’eternità”. “Mi sono molto incazzato con lui – ci rivela – quando ho visto la sua reazione in Sala Stampa a Sanremo, dopo il suo secondo posto. E’ anche vero che io ho un’altra età e lui ha solo 23 anni. Ho capito quello che provava, ognuno ha il suo carattere. Credo che lui abbia, rispetto agli altri cantautori, un qualcosa dentro e non è un caso che si sia rivolto a me anni fa ed è per questo che gli ho fatto aprire un mio concerto. Da lì è nata una bella amicizia. Per questo posso dire che mi è dispiaciuto cogliere la sua sofferenza in quel momento a Sanremo. Perché è evidente che una persona che si è espressa in quel modo, stava soffrendo. Ma credo ci sia tempo di recuperare, sono cose che si possono perdonare a un ragazzo di 23 anni. Arriviamo dallo stesso marciapiede e ho capito che quello era il linguaggio di una persona vera. Vedo molta pantomima in giro e a Ultimo voglio bene perché so che è vero”. Della nuova generazione non c’è nessun altro di interessante? “Anastasio, secondo me ha molte cose da dire”.