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Aemilia, dalla ‘ndrangheta allo Stato: in Emilia confiscati più di 500 beni. Ci sono case, terreni e anche una Lamborghini

I rami prevalenti di attività societarie colpiti dall’azione investigativa e giudiziaria - tra confische di primo grado e definitive - sono l’edilizia, le costruzioni, il trasporto e la movimentazione degli inerti, il settore immobiliare, la ristorazione e il commercio di alimenti. Nella rete dei titolari, direttamente o indirettamente, i nomi che più ritornano sono quelli di condannati eccellenti del processo colpevoli di associazione mafiosa: Giuseppe Giglio, Alfonso Diletto, i fratelli Vertinelli

Tra confische di primo grado e definitive, il processo Aemilia riconsegna allo Stato e alla comunità scippata dalla ‘ndrangheta un immenso patrimonio di beni mobili e immobili. Sono più di 500, tra società di capitali, ville, appartamenti e capannoni, terreni agricoli, auto, moto, camion e macchine operatrici per l’edilizia. I dati dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Gestione dei Beni ci dicono che a marzo 2019 in Emilia Romagna i beni complessivi sequestrati o confiscati sono 723 su un patrimonio che a livello nazionale sfiora le 20mila unità, metà delle quali recuperate nelle tre regioni storiche di insediamento delle mafie: Sicilia, Campania e Calabria. Ne consegue che due terzi delle società e degli immobili prima in mano alla cosca Grande Aracri/Sarcone, ed oggi confiscati tra Rimini e Piacenza, arrivano dal processo Aemilia.

I rami prevalenti di attività societarie colpiti dall’azione investigativa e giudiziaria sono l’edilizia, le costruzioni, il trasporto e la movimentazione degli inerti, il settore immobiliare, la ristorazione e il commercio di alimenti. Nella rete dei titolari, direttamente o indirettamente, i nomi che più ritornano sono quelli di condannati eccellenti del processo colpevoli di associazione mafiosa: Giuseppe Giglio, Alfonso Diletto, i fratelli Vertinelli. Undici delle società confiscate hanno sede a Montecchio (Reggio Emilia), otto in provincia di Parma, sei a Reggio Emilia e altrettante a Crotone, tre a Brescello come a Cadelbosco Sopra.

Al collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, per inciso, non è stato confiscato tutto il patrimonio, se è vero quanto scritto negli atti dell’inchiesta. Risultava essere direttamente o indirettamente, negli stessi anni in cui la sua famiglia dichiarava zero al fisco, il reale proprietario di 16 immobili intestati a persone, di 229 immobili intestati a società, di 10 società, di 39 polizze assicurative e, dulcis in fundo, di 1008 conti correnti bancari aperti in 59 diversi istituti di credito.

Tra gli immobili confiscati spiccano i 129 appartamenti di Sorbolo (Parma), in parte oggi utilizzati come foresteria dalla Guardia di Finanza, e i 22 di Reggiolo (Reggio Emilia), intestati a diverse società immobiliari riconducibili a Giuseppe Giglio e Giuseppe Pallone (entrambi condannati in via definitiva rispettivamente a sei anni e cinque anni e mezzo). Anche la famiglia dell’imprenditore modenese Augusto Bianchini è colpita duramente, con 5 confische nel modenese e 4 a Bologna. In provincia di Reggio 8 immobili sono a Montecchio, 6 a Cadelbosco Sopra, 4 a Gualtieri, 3 in città, 2 a Brescello. Fuori regione confiscati anche 11 immobili a Crotone, 7 a Parma e altrettanti a Mantova, 2 a Verona e uno pure a Massa Carrara.

Sul versante terreni la parte del leone la fa la stessa famiglia di Augusto Bianchini (9 anni e 10 mesi in primo grado a Reggio). Tra lui e la moglie Bruna Braga (4 anni di carcere in primo grado) erano proprietari di ben 47 aree confiscate nei comuni di San Felice sul Panaro (Mo), Finale Emilia (Mo) e Sermide (Mn), per una superficie complessiva di 44 ettari: tanto quanto l’intera area di atterraggio dell’aeroporto di Reggio Emilia. Complessivamente ammontano a 62 ettari e 40 are le terre confiscate: messe assieme configurano una piccola città. Al confronto i 152 automezzi, per un valore complessivo stimabile in 2 milioni di euro, sembrano poca cosa. Ma spacchettandolo si trovano auto di lusso e da corsa, come la Lamborghini Gallardo da oltre 100mila euro utilizzata da Michele Bolognino. Considerato uno dei capi della cosca, a processo Bolognino si era difeso descrivendo sé stesso come un povero lavoratore in difficoltà dopo la lunga detenzione terminata nel 2003. “Vivevo in un appartamento di 35 metri quadri” ha detto in udienza “e ho dovuto ricominciare da zero”. Ma i giudici non gli hanno creduto vista la condanna di primo grado: 37 anni e 11 mesi complessivi.

Il valore totale dei beni sequestrati e confiscati supera secondo una stima sommaria i 400 milioni di euro. Se e quando potranno tornare alla comunità locale è presto per dirlo ma in Emilia Romagna i Tribunali di Bologna e di Reggio Emilia hanno siglato accordi con Enti Locali, Sindacati e Associazioni, per snellire le procedure e agevolare le assegnazioni. Il primo nel capoluogo di Regione risale al 2017; il secondo nella città del Tricolore è divenuto ufficiale pochi giorni fa, lunedì 25 marzo. Entrambi sono stati firmati dai Presidenti dei rispettivi Tribunali, che il processo Aemilia lo conoscono bene. Si tratta di Francesco Maria Caruso e Cristina Beretti, membri assieme al collega Andrea Rat del collegio giudicante che per tre anni ha guidato il processo, nell’aula bunker di Reggio Emilia.