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Mafia, giudici: “Società responsabile della security al palazzo di giustizia di Milano legata al clan dei Laudani”

Lo scrivono i giudici della settima sezione penale del Tribunale di Milano nelle motivazioni con le quali lo scorso novembre hanno condannato, a pene fino a 16 anni e 4 mesi di carcere, 7 degli 8 imputati. Il processo è al centro un filone dell’indagine della Dda del capoluogo lombardo su presunte infiltrazioni del clan catanese negli appalti della catena di supermercati tedesca Lidl e in quelli relativi alla sicurezza e alla logistica

La società responsabile della vigilanza del palazzo di giustizia di Milano era “un’organizzazione criminale d’impresa legata a doppio filo alla famiglia mafiosa Laudani“. Lo scrivono i giudici della settima sezione penale del Tribunale di Milano nelle motivazioni con le quali lo scorso novembre hanno condannato, a pene fino a 16 anni e 4 mesi di carcere, 7 degli 8 imputati. Il processo è al centro un filone dell’indagine della Dda del capoluogo lombardo su presunte infiltrazioni del clan catanese negli appalti della catena di supermercati tedesca Lidl e in quelli relativi alla sicurezza e alla logistica.

Per i magistrati, oltre ad Alessandro Fazio, tra i promotori dell’associazione c’è anche “il trio” composto da Luigi Alecci Luigi, l’imprenditore al quale è stata inflitta la condanna più alta, Emanuele Micelotta e Giacomo Politi (entrambi hanno preso 7 anni di reclusione), ai quali faceva “capo la gestione delle società del gruppo Sigi” ridotto “in condizioni di difficoltà finanziaria” per via “di un’opera di cosciente spoliazione”, consistita anche in “prelievi” di somme “destinate” ai Laudani. Il consorzio di società Securpolice è ora commissariato ed era tra i “più importanti fornitori” di Lidl in Italia.

Per la corte l’”organizzazione criminale ‘di impresa” si sarebbe dedicata “sistematicamente alla commissione di reati tributari oltre che a fatti di corruzione nei confronti di soggetti pubblici e privati – si legge nelle motivazioni – e costituita da un giro di società intestate a prestanomi che venivano periodicamente create e poi poste in liquidazione  dopo essere state spogliate di ogni bene”.

Nelle motivazioni i giudici, nel mettere a fuoco le posizioni dei singoli imputati, spiegano  che, a differenza di quello che è stato ricostruito nel corso delle indagini, gli imprenditori Alessandro e Nicola Fazio, condannati rispettivamente a 8 anni e 6 mesi e a 5 anni e 6 mesi, avevano lo stesso “peso” all’interno del gruppo. “Sebbene a Nicola Fazio venga contestato il solo ruolo di partecipe dell’associazione – è scritto nell’atto – tale imputato avrebbe dovuto, in realtà, essere inquadrato come capo del gruppo criminale, al pari del fratello Alessandro”. Si tratta – continua la corte – di “un ex carabiniere”, pure lui con un ruolo di “figura centrale nell’associazione a delinquere”, tant’è che era “in rapporti di affari ed in contatto costante con il pluripregiudicato” Alecci, “esponente di spicco della famiglia Laudani nel territorio lombardo”.  Non è casuale, sottolineano i giudici, che lo stesso Alecci, uomo che “ha praticamente votato la propria intera esistenza al crimine”, si rivolgesse “sistematicamente” a Nicola Fazio “per sollecitare le dazioni di denaro al clan Laudani da parte di Alessandro Fazio”.