Scuola

Abbandono scolastico, i dati tornano a crescere: a 18 anni il 14% dei ragazzi molla. Peggio solo Malta, Romania e Spagna

A fotografare la situazione italiana è l'Istat: dopo anni, gli addii dopo aver completato il percorso obbligatorio sono tornati a crescere. E le percentuali generali non sono per nulla confortanti: le persone di 30-34 anni che hanno completato un’istruzione terziaria (università e altri percorsi equivalenti) sono state il 26,9%, una percentuale ancora distante dalla media europea (39,9%). Il governo ha annunciato l'assunzione di 2mila docenti "per migliorare su tempo pieno e assistenza". Per l'ex sottosegretario Doria "non è sufficiente a fronte di una situazione allarmante"

I dati sulla dispersione scolastica per la prima volta dopo anni invertono la loro tendenza: anziché decrescere aumentano. È quanto ci dice l’ultimo rapporto Istat sul benessere equo sostenibile in Italia. Un allarme che il governo è pronto ad affrontare con duemila nuove assunzioni di insegnanti previsti nella Legge di Bilancio. Un intervento che non basta secondo l’ex sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria che, oltre ad essere maestro di strada, ha presieduto lo scorso anno la cabina di regia voluta dalla ministra Pd Valeria Fedeli sulla dispersione scolastica: “Se non sostieni dalla parrocchia, al centro sportivo, al volontariato, al dopo scuola informale dando loro dei finanziamenti e mettendoli in rete, non scenderanno mai i dati che conosciamo”.

La fotografia che ci consegna l’Istat è a tinte fosche. Nel 2017 il 14% dei giovani tra i 18-24 anni è uscito dal sistema d’istruzione e formazione rispetto al 13,8% precedente. La variazione è minima, ma è la prima inversione di tendenza in dieci anni. Peggio di noi vi sono solo, tra i Paesi Ue, Malta (17,7%), la Romania (18,1%) e la Spagna (18,3%). I dati raccolti dall’istituto di statistica non sono per nulla confortanti: le persone di 30-34 anni che hanno completato un’istruzione terziaria (università e altri percorsi equivalenti) sono state il 26,9%, una percentuale ancora distante dalla media europea (39,9%). Tra i Paesi Ue soltanto in Romania il valore è inferiore (26,3%). L’Italia non è in testa alla classifica nemmeno per quanto riguarda la percentuale delle persone tra i 25 e 64 anni che hanno almeno il diploma: il dato, 60,9%, è significativamente più basso di quello della media europea (77,5%). Anche in questo caso solo Spagna (59,1%), Malta (51,1%) e Portogallo (48%) hanno segnato percentuali più basse.

Un dato che balza all’occhio è che al Nord nel 2017 si interrompe il processo di riduzione di giovani di 18-24 anni che non sono inclusi nel sistema di istruzione e formazione e possiedono al più la licenza media. Numeri che peggiorano soprattutto nelle isole: in Sardegna e in Sicilia nel 2017 i giovani tra i 18 e i 24 anni con la sola licenzia media ormai fuori dalla scuola sono rispettivamente il 21,2% e il 20,9%. In altre regioni, invece, la percentuale di giovani che abbandona è inferiore al valore medio europeo: in Abruzzo (7,4%), in provincia di Trento (7,8%), in Umbria (9,3%), in Emilia-Romagna (9,9%), nelle Marche (10,1%), in Friuli-Venezia Giulia (10,3%) e in Veneto (10,5%). “Lo scorso anno – commentano i ricercatori dell’Istat – i principali indicatori dell’istruzione e della formazione in Italia si sono mantenuti significativamente inferiori a quelli della media europea anche se, in alcuni casi, il divario continua a ridursi”. Nel confronto con il 2010, a fronte di un quadro complessivamente in miglioramento, si segnala il peggioramento di tre indicatori: la partecipazione alla scuola dell’infanzia; la partecipazione culturale; la quota di giovani che non lavorano e non studiano.

A questi numeri il governo gialloverde ha risposto con un’azione mirata: “Nell’articolo uno comma 278 della manovra – spiega il presidente della Commissione cultura, scienze, istruzione della Camera Luigi Gallo – abbiamo previsto l’assunzione di 2000 insegnanti in più proprio per combattere la dispersione scolastica fin dai primi anni del percorso scolastico attraverso l’estensione del tempo pieno e del tempo prolungato nel primo ciclo. Si tratta di un numero strutturale di insegnanti in più che permettono l’apertura pomeridiana nei quartieri più a rischio” . Inoltre l’onorevole Gallo aggiunge: “Partiamo con duemila insegnanti ma a regime, attraverso un Decreto ministeriale, prevediamo di stanziare per ogni anno 80 milioni sul personale in più che serve per il tempo pieno. Ad oggi in molti territori arrivava la richiesta del tempo prolungato, ma non poteva essere soddisfatta dagli uffici scolastici regionali per mancanza di docenti. Ora siamo in grado di rispondere alle aeree più a rischio”. Un intervento apprezzato dal direttore della Fondazione “Giovanni Agnelli”: “L’allungamento del tempo scuola – spiega Andrea Gavosto – è ciò che funziona meglio in termini preventivi. I dati dell’Istat ci danno un quadro della situazione ma sapere che dei giovani di 18 anni hanno abbandonato la scuola è ormai tardi. Bisogna intervenire prima attraverso un monitoraggio da fare già nel primo ciclo, andando ad individuare chi è in ritardo o chi è stato bocciato in modo da fornire percorsi individualizzati e una reale inclusione scolastica”.

Ad essere allarmato è Marco Rossi Doria: “Il trend negli ultimi anni è sempre stato in decrescita se fosse vero che siamo di fronte al 14% è un segnale pessimo. Questi numeri vanno tenuti sotto osservazione”. Sul cosa fare l’ex sottosegretario risponde: “C’è un documento del Miur sulla lotta alla dispersione scolastica fatto da una cabina di regia da me presieduta: sono 57 pagine che dicono esattamente cosa si deve fare sulla base di trent’anni di esperienza con un’analisi puntuale e dettagliata”. Nella parte finale del rapporto presentato dalla cabina di regia vi sono una serie di indicazioni tra le quali: ricostituire, rafforzare o rilanciare e coordinare le esperienze italiane di seconda occasione sorte nel periodo 1990 – 2017 e ogni intervento tra scuola e territorio con i ragazzi in maggiore difficoltà dando stabilità alle reti contro la dispersione; riconsiderare i cicli di istruzione con attenzione allo snodo tra scuola media e biennio del successivo obbligo, in modo fortemente orientativo e con occasioni per il recupero dei ragazzi low performers; limitare, anche con forme di moratoria, le “bocciature” che non sono efficaci in termini di riuscita e di sostegno alla motivazione e su cui, in tutta Europa, ci si interroga. “Non basta la sola scuola. Ci dev’essere – aggiunge Rossi Doria – un coinvolgimento di tutti gli attori sociali del territorio”.