Scienza

Il caso James Watson e la psiche degli scienziati che si lanciano in affermazioni stupide

James Watson, che ottenne premio Nobel per la struttura del Dna nel 1962 insieme a Sir Francis Crick (grazie anche ai dati di Rosalind Franklin), ha recentemente reiterato affermazioni razziste sulla minore intelligenza delle persone di colore per le quali era già stato costretto a lasciare la sua posizione di prestigio al Cold Spring Harbour Laboratory nel 2007. Come risultato gli sono stati revocati i titoli onorifici di cui ancora godeva presso l’università. Il caso in sé è di scarso interesse: Watson era noto per questa ed altre prese di posizione non soltanto discriminatorie ma anche scientificamente infondate, che presentava come dati di fatto. Che oggi, a novant’anni, le ripeta non aggiunge gran che alla sua storia personale, e nulla alla scienza. Oggi, come in precedenza, tutti gli scienziati si sono sono dissociati dalle affermazioni di Watson: infatti tutte le misure finora effettuate dimostrano che l’intelligenza è distribuita nello stesso modo in tutti i gruppi umani e in entrambi i sessi; e che comunque le differenze individuali interne ai gruppi etnici comunque definiti sono molto più grandi delle eventuali differenze tra i gruppi.

E’ più interessante chiedersi perché persone indubbiamente di grande intelligenza si lancino in affermazioni stupide, infondate e autolesionistiche: la psicologia di James Watson, e di molti altri scienziati “stravaganti” è più interessante delle loro stravaganze. Ad esempio Luc Montagnier, premio Nobel per la Medicina nel 2008, persegue esperimenti completamente fantascientifici e teorie inconsistenti sulla trasmissione dell’informazione che egli presume essere contenuta nelle soluzioni omeopatiche; e Kary Mullis, premio Nobel per la Chimica nel 1993, sosteneva (e forse sostiene ancora) che l’Aids non è causato dall’Hiv.

Un grande scienziato non è soltanto intelligente e dedicato: deve avere anche una mentalità peculiare, costituita da una miscela rara di tratti psicologici tra loro contrastanti. Tutti i ricercatori devono prima di tutto essere scettici ed esercitare una forte critica nei confronti del lavoro proprio ed altrui. Parafrasando Ippocrate, la realtà è complessa, la scienza è difficile e l’errore è comune. Il ricercatore che non esercita l’analisi critica più attenta sui dati e sul disegno sperimentale rischia di essere travolto dagli errori e finisce per trovare il moto perpetuo, la cura di tutti i tumori, la memoria dell’acqua o l’energia orgonica: esempi reali, di cose inesistenti che ben più di qualcuno ha creduto di avere scoperto. La maggioranza dei ricercatori eccede nello scetticismo e nell’autocritica: noi siamo quasi tutti dei travet della ricerca e troviamo cose piccole e banali; se la scienza dipendesse da noi avanzerebbe lentissimamente. I grandi scienziati sono in grado, quando è necessario, di superare la prudenza e di intuire la grande scoperta occasionalmente nascosta sotto il dato strano o inatteso. Ma l’intuizione non può essere indiscriminata: la maggioranza dei dati strani è dovuta ad errori e all’incompleto controllo delle variabili pertinenti e soltanto in una esigua minoranza dei casi il dato strano o inatteso apre la strada alla grande scoperta.

Il grande scienziato coniuga prudenza e ardimento intellettuali ed è guidato da curiosità e ambizione. Non sempre queste caratteristiche psicologiche, tra loro antitetiche, rimangono in equilibrio tra loro, e in alcuni con l’avanzare dell’età la prudenza cede il posto all’ambizione, al desiderio di stupire e alla sopravalutazione delle proprie capacità. Il grande scienziato, magari premio Nobel, che perde le capacità autocritiche è grandemente dannoso per la società, perché diventa un potente elemento dell’anticultura, e si presta involontariamente ad essere usato a sostegno di interessi più grandi di lui e probabilmente deleteri. Se James Watson, un po’ per senilità e un po’ per autoaffermazione, giustifica il razzismo dobbiamo respingere la sua affermazione, anche se lui ha il premio Nobel e noi no. Possiamo, alla luce dei suoi meriti passati, essere clementi con la persona, mai con l’idea. Il consenso della comunità scientifica allargata, la sua posizione di maggioranza, è più grande e pesante dell’opinione del premio Nobel. Quando il premio Nobel ha ragione, la comunità scientifica lo segue, quando ha torto lo respinge; e così dovrebbe fare la società. Le eccezioni a questa regola sono temporanee: le scoperte di Galileo furono osteggiate mentre l’autore era in vita, ma accettate soltanto cinquant’anni dopo.