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Cuba, la ripresa passa anche da una nuova architettura. Un rilancio atteso da più di 50 anni

La più grande architettura della rivoluzione cubana è il complesso delle Scuole Nazionali d’Arte. Furono costruite dove sorgeva il famoso Country club, dove le immagini di un grande fotografo, Alberto Korda, immortalarono la lezione di golf che Che Guevara stava impartendo a Fidel Castro. Era il 1961. Il Colinas de Villareal Golf Club era il regno dell’alta borghesia nel quartiere di Cubanacán, prossimo al centro della capitale. I rivoluzionari erano mossi dall’idea forte di trasformare il simbolo del capitalismo e della ricchezza di pochi in un’istituzione educativa gratuita, aperta ai cubani e ai giovani dei Paesi in via di sviluppo di ogni continente. Al di là del mare, avevano di fronte i simboli dell’imperialismo americano, Florida e Miami, con il paradiso di Key West, dove aveva abitato Ernest Hemingway, a soli 150 chilometri di distanza.

Nel 1961, un architetto cubano di nonni italiani, Ricardo Porro, e due architetti italiani – Roberto Gottardi e Vittorio Garatti – furono chiamati a creare una moderna architettura organica, capace d’incarnare le aspirazioni sociali del nuovo governo: l’integrazione di arte, architettura e paesaggio in uno spirito di uguaglianza, libertà e scambio interculturale. Essi seguirono tre principi:

1. l’integrazione delle scuole nel dolce paesaggio caraibico;

2. l’uso del laterizio prodotto localmente che, per via dell’embargo americano, doveva giocoforza sostituire materiali d’importazione come acciaio e cemento;

3. la volta catalana come segno dominante, per contrassegnare lo spazio in netta contrapposizione all’architettura dell’International Style, battezzata come capitalista: volte organiche color terra bruciata, invece delle scatole di vetro e acciaio, identiche in tutto il mondo.

Prima che fosse completato del tutto, la politica cubana perse ogni interesse al progetto, che fu abbandonato nel 1965. Trentacinque anni dopo, Fidel Castro riunì i tre architetti a L’Avana per terminare il progetto, ma il finanziamento venne presto a mancare e le scuole non furono ultimate. Benché le Scuole Nazionali facciano parte della World Monuments Watch List e siano tuttora un importante monumento nazionale, le iniziative delle agenzie governative locali e internazionali per rilanciare il progetto hanno sostanzialmente fallito.

Con il supporto della Getty Foundation, la fondazione Politecnico di Milano si propone ora di affrontare la conservazione del sito con un approccio integrato. Il progetto comprende la raccolta e la valutazione della documentazione storica, studi tecnici sui materiali e test su piccoli siti pilota, la valutazione e la mitigazione del rischio delle inondazioni, la sostenibilità energetica e ambientale. L’obiettivo è un piano di gestione della conservazione, con suggerimenti per un riutilizzo adattivo delle strutture, comprese le opportunità di formazione per i professionisti cubani della conservazione, affinché il Paese possa costruire una capacità locale in materia.

Racconto questa storia, al cui sviluppo sto partecipando con entusiasmo un po’ infantile, perché l’esperimento cubano non smette di stupire, nonostante le sue contraddizioni, i molti fallimenti, le incertezze sul futuro. Anche ai giorni nostri, Cuba continua a esplorare il futuro con un approccio genuino e coerente, non privo d’ansia, contrasti, evidenti limiti, ma comunque originale. La sua legge di bilancio preventivo del 2019 continua a testimoniare un metodo diverso da quello dei Paesi neoliberisti – come Stati Uniti, Canada e Regno Unito – e dell’Unione europea ordoliberalista.

Dei 39 miliardi di dollari del bilancio statale cubano, il 27,5% è destinato alla salute pubblica e all’assistenza sociale, il 23,7% all’educazione, il 18,5% alla pubblica amministrazione e alla difesa, il 17,2% alla previdenza sociale, l’8,5% alle amministrazioni locali, il 4,6% alla cultura e allo sport. Il confronto con l’italica legge di bilancio, approvata al buio dal Senato italiano alla vigilia di Natale, dovrebbe farci riflettere, soprattutto in materia di educazione e cultura. Lo Stato italiano dedica a questo capitolo il 10% circa del proprio bilancio, al netto della spesa per interessi sul debito: circa 57 miliardi di euro su 553 nel 2017.