Politica

Salvini viene dai centri sociali. E dal comunismo al nazionalismo il passo non è stato breve

Il leader della Lega Matteo Salvini – nonché vicepremier e ministro dell’Interno – da qualche tempo indossa quasi sempre un giubbotto da poliziotto, con galloni e mostrine. Dopo avere raschiato il barile delle felpe e avere provato anche a vestirsi da vigile del fuoco, si è immedesimato nella parodia del comandante in capo della Ps, tanto più che si fa chiamare “capitano” dai suoi adepti. Scelta inedita per la nostra Repubblica, indegna di un ministro e pure illecita, perché la legge vieta di indossare abusivamente divise o distintivi delle forze dell’ordine. Ma a lui “che je frega”, come dicono a Roma. Questa recita, che ricorda i tempi infausti in cui un leader (fascista) sfoggiava look militareschi, gli è stata consigliata da chi cura la sua immagine trucida, per continuare a ramazzare voti.

Ovviamente gli hanno pure detto che “uomo d’ordine/terrore dei migranti/nemico dei comunisti” (comunisti in Italia e altrove ormai estinti) è la ricetta perfetta per fare un po’ di comodo nazionalpopulismo, sventolato davanti allo smartphone o alle tv. Non a caso, una delle sue celebri battute, da ministro fresco di nomina, risale al giugno scorso quando, durante un comizio a Pisa, aveva detto a un ragazzo: “Sei l’unico che ha la maglietta rossa in tutta la piazza, di rosso di buono c’è solo il vino”. E pensare che c’è stata un’epoca in cui Matteo Salvini è stato… comunista!

Un esempio? La mattina del 10 settembre 1994 nel centro di Milano ci furono alcuni scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Pochi giorni prima era stato sgomberato per l’ennesima volta il Leoncavallo, “storico” centro sociale. La protesta si concluse con sassaiole e manganellate. L’avversario del centro sociale era il sindaco leghista Marco Formentini. Fatto sta che dopo, in Consiglio comunale, qualcuno si alzò per difendere il Leoncavallo. “Gli incidenti sono avvenuti per colpa di pochi violenti, mentre i 15mila giovani che hanno manifestato avevano ragioni giuste e condivisibili, ma sono stati strumentalizzati”. A parlare, di fronte a sindaco e giunta, era stato un consigliere comunale leghista di 21 anni: Matteo Salvini, quando vestiva colori rosso/verdi.

In effetti Salvini fa parte della Lega Nord dal 1990, ma aveva una formazione “originale” rispetto alla linea del partito. Nel 1997 infatti entrò nel Movimento dei comunisti padani. “Chi non ha mai frequentato un centro sociale? Io sì, dai 16 ai 19 anni, mentre frequentavo il liceo, il mio ritrovo era il Leoncavallo. Là stavo bene, mi ritrovavo in quelle idee, in quei bisogni”, spiegava. Non contento, dopo fece una scelta ulteriore: “Io ero stato eletto al Parlamento padano coi comunisti padani nel ‘97. In Lega ero accusato di avere l’orecchino e la barba e di essere un po’ strano”. Lo ha “rivelato” nel 2014 durante la trasmissione Bersaglio mobile, su La7.

È vero che in quel periodo Umberto Bossi cercò di riprodurre ogni partito politico in versione leghista, per far credere che il sedicente Parlamento padano, e quindi la Lega Nord, fossero già rappresentativi di ogni ideologia. È pure vero che i due ex segretari della Lega sono stati comunisti vecchio stile: lo stesso fondatore Bossi, tra 1974 e 1975, è stato iscritto alla sezione del Pci di Verghero, frazione di Samarate (lui ammette solo qualche frequentazione, ma la tessera è stata trovata) e prima ancora avrebbe frequentato il partito di Unità proletaria per il comunismo; Roberto Maroni è stato fino al 1979 comunista di Democrazia proletaria. Però il giovane Matteo era e resta una novità: veniva dai centri sociali. Immemore di quei trascorsi e (più o meno consapevolmente) di molto altro, oggi Matteo Salvini – 25 anni e 25 chili dopo – cavalca la bolla elettorale che premia, in quest’epoca di scelte politiche effimere, il suo nuovo partito. Oggi vorrebbe (fare) manganellare, anzi “ruspare”, quelli che oggi frequentano i suoi vecchi ambienti: dice cose tipo “centri sociali conigli” e “forse campano con la camorra”.

Spiegano Alessandro Franzi e Alessandro Madron nel libro Matteo Salvini #ilMilitante, a proposito del vicepremier in stile anni Novanta: “Era rapido nell’organizzare la protesta e facile bersaglio di accuse di opportunismo da parte degli avversari”, anche dentro la Lega. Insomma, il Salvini trasformista di ieri, alleato di Berlusconi, era già il Salvini trasformista di oggi, alleato del solito Berlusconi dove gli conviene e dei pentastellati nel governo. 

Dal “comunismo” leghista al populismo nazionalista il passo per lui non è stato breve; né gli è stato facile far dimenticare ai meridionali che nel 2009 a Pontida cantava “Senti che puzza, arrivano i napoletani”, oppure fare scordare ai padani doc che è svanito il sogno della Padania indipendente. Certo, di questi tempi una felpa con la scritta giusta o un giubbotto abusivo della Polizia di Stato bastano per consolidare un’“ideologia” che con le idee ha poco a che fare; semmai marcia a forza di non-idee, cioè di pregiudizi. Per il momento una porzione consistente dell’elettorato superstite gli sta dando ragione. In caso di emergenza elettorale avrà già pronta qualche felpa con un nuovo slogan, d’altra parte è un campione delle virate. Ammesso e non concesso che il giochino del trasformista possa durare all’infinito: il tempo delle chiacchiere potrebbe essere finito anche per lui.