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Ritiro truppe Usa dal Medioriente, è un paradosso ma Trump sta facendo lo stesso errore di Obama

Negli Stati Uniti la notizia che le truppe tornano a casa dall’Afghanistan e dalla Siria ha sorpreso non pochi. La politica estera di Trump è stata chiara dal primo giorno in cui ha preso possesso della Casa Bianca e può essere riassunta con uno slogan “Make America Great Again at Home”, in altre parole: smettiamo di fare i poliziotti del mondo ed occupiamoci delle nostre cose. Ciononostante, negli ultimi due anni, una schiera di politici e militari è riuscita ad evitare che Donald Trump la perseguisse senza eccessivi danni. Purtroppo tutti quanti sono stati messi alla porta per questo motivo. Il motivo? Il presidente non vuole essere contraddetto, è lui che decide cosa fare e come farlo.

Le dimissioni di Jim Mattis, ministro della Difesa, dopo l’ennesimo assurdo tweet di Trump dove annunciava agli americani e al mondo che gli Stati Uniti ritiravano le truppe, confermano questa analisi e ci ricordano che il potere del presidente degli Stati Uniti è di gran lunga superiore a quello del nostro primo ministro o presidente della Repubblica. Ciò significa che un presidente cocciuto può fare danni molto seri.

A prima vista il ritiro di 2mila soldati dalla Siria non sembra un evento in grado di rovesciare gli equilibri sul campo, ma non è così. Insieme alle truppe c’è l’assistenza tecnologica della macchina militare americana. E’ quella che ha giocato un ruolo fondamentale nella guerra contro lo Stato Islamico e che lo ha ridotto a una forza presente in pochi villaggi, con appena 30mila combattenti. La ritirata militare comporta la perdita di questa assistenza fondamentale per chi ancora combatte sul campo poiché l’Isis ancora esiste e potrebbe risorgere come è già successo più di una volta.

Paradossalmente Trump sta facendo lo stesso errore di Obama quando nel 2010 decise di riportare le truppe a casa dall’Iraq, fu allora che i campi di prigionia gestiti dagli americani vennero aperti e gente come al Baghdadi, il futuro califfo dello Stato Islamico, venne rimesso in circolazione. Una critica questa che Donald Trump non accetta perché secondo lui le truppe tornano a casa vittoriose. Al di là della retorica da fake news, è vero che a differenza di Obama Trump non lascia la Siria senza un super gendarme straniero. Putin e la macchina bellica russa continueranno a sostenere il governo di Assad e a combatterne i nemici, tra i quali lo Stato Islamico. In altre parole Washington accetta che nel Medio Oriente sia Mosca e non Washington a tenere le fila della intricatissima politica regionale. E questo è un evento eccezionale, che sembra essere sfuggito ai commentatori politici.

E’ dagli anni Cinquanta, dall’immediato dopoguerra, che Mosca cerca di stabilire il proprio primato nel Medio Oriente e che cozza contro gli interessi americani. Tutta la storia della regione, storia tragica densa di terrorismo, guerre civili, dittature brutali, si è sviluppata sullo sfondo di questa dicotomia.

Altra area geografica dove la guerra fredda è sempre stata calda è il sud est asiatico e il Pacifico. Anche da lì Trump vuole andarsene e lo farà presto. A gestire tensioni ed equilibri sarà Mosca e Pechino.

In sintesi la politica estera di Trump è creare la fortezza Usa, proteggerla dai migranti e dalle imprese straniere. In un mondo che assume sempre più le sembianze distopiche l’idea di chiudersi a riccio potrebbe anche avere una sua logica, ma questo non è un film di Hollywood: chiudere le frontiere e riportare le truppe a casa di certo non crea un’economia stabile, il benessere e rende la popolazione felice. Di certo non protegge l’agricoltura dall’impatto dei cambiamenti climatici o risolve il problema della siccità in California. Se Trump pensa davvero che basti costruire un muro per tenere a bada il mondo allora o è un sognatore oppure è un cretino.