Politica

Orizzonti (poco) selvaggi, perché Calenda non basta

Dopo le elezioni del 4 marzo Carlo Calenda sembra l’unico tra i leader del centrosinistra ad aver fatto lo sforzo di elaborare un’analisi non soltanto della sconfitta ma anche di quale debba essere un’offerta progressista capace di recuperare gli elettori perduti. Un obiettivo lontanissimo, per esempio, dai piani di Matteo Renzi che fin dall’inizio si è affidato alla “logica del pop corn”: aspettare i disastri della coalizione populista Lega-M5s e raccoglierne i risultati (a giudicare dai sondaggi può aspettare ancora parecchio).

Il messaggio di Calenda si può riassumere così: noi siamo l’élite, abbiamo fatto degli errori, abbiamo sottovalutato delle richieste che arrivavano dai cittadini, abbiamo capito dove abbiamo sbagliato ma abbiamo competenze e idee per risolvere i problemi, quindi, cari elettori, affidatevi di nuovo a noi invece che a ricette all’apparenza radicali e alternative ma destinate alla sconfitta. C’è una certa dose di umiltà e una notevole lucidità di analisi, eppure questo approccio sembra fin qui fallimentare. Perché una risposta così sensata alla crisi di consenso del Pd viene lasciata così ai margini, quando non ridicolizzata? Per rispondere a questa domanda – che non ritengo essere una mia perversione ma considero cruciale – ho approfittato di un po’ di riposo forzato per leggere il libro che Calenda ha appena pubblicato per Feltrinelli, Orizzonti selvaggi.

In copertina c’è un surfista solitario che sfida onde colossali, che sono “le onde della modernità”. E il surfista è l’Occidente: “Passare sotto le onde, riemergere dall’altro lato e infine cavalcarle richiede preparazione e fiducia nelle proprie capacità, non incoscienza o esaltazione”, per citare le righe finali del libro. Calenda ha capito quali sono queste onde: i grandi cambiamenti tecnologici, tra delocalizzazione e robotizzazione, e poi la distribuzione di ricchezza generata dalla globalizzazione, le nuove disuguaglianze (a titolo di esempio metto qui un grafico di un recente studio della Commissione Ue su quanto i ricchissimi sono diventati più ricchi in questi anni), le sfide identitarie poste dall’arrivo di migranti in società che si pensavano omogenee:

I cambiamenti sono le variabili esogene, il modo in cui gestirli può essere scelto. Dipende dalle idee. E quindi è su queste che Calenda si concentra. Il centrosinistra, e i progressisti in generale, hanno affidato le proprie speranze a un capitalismo che pensavano legato da legame inscindibile con la democrazia liberale. Thomas Friedman ha reso popolare “la teoria dell’arco d’oro” – due Paesi con ristoranti McDonald’s non si fanno la guerra tra loro – e da queste evidenze aneddotiche si è diffusa la convinzione che i politici illuminati dovessero semplicemente agevolare la naturale evoluzione della storia verso un mondo laico, piatto, competitivo. La politica non costruiva il futuro, si limitava ad aspettarlo: “Questa concezione newtoniana della storia, delle forze del mercato e dell’innovazione tecnologica ha parlato molto di futuro ma ha prodotto mediamente politiche poco lungimiranti, riducendo il suo ruolo a mera spettatrice del cambiamento e promotrice dei suoi inevitabili esiti”.

Sappiamo come è andata a finire: le paure più o meno razionali delle vittime del cambiamento hanno cambiato l’agenda della politica. Queste élite illuminate hanno scoperto che la democrazia poteva diventare illiberale e che il capitalismo in molte circostanze prospera anche meglio senza democrazia. E gli elettori si sono ribellati, anche con scelte masochistiche come la Brexit o l’elezione di Donald Trump, ma democraticamente legittime.

Di fronte a questo scenario di macerie, economiche ma soprattutto ideali, i progressisti hanno tre strade che possiamo personalizzare nelle tre candidature in campo per la leadership del Pd. Modello Minniti: inseguire le nuove destre sul loro terreno, dimostrandosi competitivi proprio sui loro punti caratterizzanti (migranti, sicurezza). È quello che il Pd ha fatto per un decennio, seguendo i consigli (suicidi) di Massimo Cacciari (e così si è inventato una questione settentrionale, per esempio, mentre ora dovrebbe difendere l’Europa denunciandone tutti i difetti). Poi c’è il modello Zingaretti: cercare di costruire una risposta a sinistra competitiva con quella populista, in un mix di antica socialdemocrazia e nuovo estremismo, con Bernie Sanders o Jeremy Corbyn come modelli. E infine c’è il modello Calenda, nei fatti assente dalla sfida per il Pd, a meno di non volerne vedere qualche traccia nello stile e nei toni di Maurizio Martina: “riconoscere legittimità alla paura”, prendere sul serio richieste di nuova protezione sociale e lavorativa, ma offrire risposte “tradizionali 4.0”, niente scorciatoie.

La sintesi di Calenda è che se la politica non può opporsi ai grandi cambiamenti, può almeno cercare di regolarne i tempi e mitigarne gli effetti. Per un operaio di 60 anni può fare un’enorme differenza vedere il proprio lavoro spazzato via da un robot oggi o fra cinque anni. Da ministro dello Sviluppo, Calenda si è convertito presto da una logica liberista-confindustriale a quella più pragmatica della politica industriale, che prevede di agevolare le imprese che cooperano alla tutela di posti di lavoro e usare il bastone della regolazione o la carota del sussidio per condizionare quelle che invece sono orientate soltanto a comportamenti predatori (Embraco, ma anche i giganti del web come Facebook, Amazon, Uber, Airbnb e Tripadvisor che nel 2017 hanno pagato cumulativamente l’imbarazzante cifra di 14 milioni di euro di tasse al fisco italiano).

La cosa difficile – Calenda dimostra di esserne consapevole – è affiancare a questa azione tutta difensiva quella offensiva, cioè costruire una scuola e più in generale un sistema di formazione che permetta ai singoli di avere il meno bisogno possibile dello scudo della politica. Perché avere le competenze giuste è la condizione necessaria ma ormai non più sufficiente per cavarsela da soli.

C’è un punto debole in questo manifesto intellettuale di Carlo Calenda che rende Orizzonti selvaggi un libro interessante ma destinato ad avere limitate conseguenze culturali e politiche. Tutta la riflessione di Calenda parte da una prospettiva di governo. È il messaggio di una classe che si considera ancora dirigente, espressione di idee su cui c’è se non altro quel “consenso permissivo” che ha permesso per anni molte riforme e tutto il processo di integrazione europeo. È il manifesto di un centrosinistra di governo. E per questo rischia di essere uno sforzo sprecato.

C’è un nuovo mainstream, ora. I vecchi assiomi vengono contestati – davvero ci serve la democrazia rappresentativa? la competenza è un valore? è giusto premiare i meritevoli? dobbiamo prima crescere e poi redistribuire? -, un’intera cultura politica, quella del Pd e dei suoi mondi culturali di riferimento, si è costruita come legittimata e finalizzata a governare. Ma oggi altri hanno la maggioranza, si è affermato un nuovo “senso comune”, che fa leva su emozioni e percezioni prive di basi razionali e senza dati a loro sostegno – è vero – ma potenti.

Calenda ha elaborato una perfetta diagnosi della sconfitta e un’agenda molto chiara di quali dovrebbero essere le priorità se lui – o i suoi omologhi – potesse tornare al governo. Però non è chiaro come riempire il vuoto tra questi due momenti, tra la perdita del potere e la sua riconquista. Suo malgrado, Calenda finisce per interiorizzare la logica del pop corn: aspettiamo i fallimenti dei “nuovi barbari” al governo e poi il momento di applicare le ricette del buon senso arriverà. Non è detto che sia così semplice. Le idee di Calenda sono una base per un programma di governo. Ma ai progressisti, in tutte le loro declinazioni, oggi serve prima di tutto un programma di opposizione.