Cronaca

Tmb Salario a Roma, ora i pm indagano anche sul malfunzionamento: “Da lì rifiuti putrescenti”. Costa: “Non può stare”

Sono due le inchieste della Procura di Roma sul sito Ama. Al primo fascicolo, relativo ai miasmi emessi che rendono la vita impossibile ai cittadini, se ne è aggiunto un secondo per cui è stata acquisita la relazione Arpa. I carabinieri del Noe inoltre hanno presentato al pm Villani una dettagliata informativa con i 270 verbali dei testimoni che hanno parlato di "puzza insostenibile". Anche il ministro 5 stelle e il presidente Ecomafie si dicono d'accordo con i cittadini, silenzio dalla sindaca Raggi

La frazione organica stabilizzata prodotta nel Tmb Salario? Non si può definire tale in quanto “presenta ancora elementi di putrescenza”. In sostanza: una discarica a cielo aperto. Ora sono due le inchieste della Procura di Roma sul discusso sito romano di Ama Spa. L’impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati dell’azienda capitolina che gestisce i rifiuti di Roma, contro il quale da anni protestano i cittadini del quadrante nord est della città, è oggetto non più di uno ma di ben due fascicoli aperti dal pm Carlo Villani. Al primo, relativo ai miasmi emessi che rendono la vita impossibile ai cittadini dei quartieri Villa Spada, Castel Giubileo e Fidene, se ne è aggiunto un secondo, concernente il presunto malfunzionamento dell’impianto e la lavorazione non regolare di una importante percentuale di rifiuti, stoccati all’aperto e spediti nelle altre regioni “in stato di putrescenza”. Per il momento non ci sarebbero iscritti nel registro degli indagati. A sostegno delle tesi degli inquirenti è stata acquisita agli atti anche la dettagliata relazione presentata il 16 novembre scorso dall’Arpa Lazio alla conferenza dei servizi in corso presso gli uffici regionali, commissione che dovrebbe valutare la proroga all’autorizzazione integrata ambientale.

LA RELAZIONE ARPA – Una relazione in cui si sottolinea, fra le altre cose, che “l’impianto produce rifiuti che presentano ancora caratteristiche di putrescibilità e che pertanto non possono essere identificati dal Gestore quale frazione oroganica stabilizzata”. Non solo. “L’identificazione del citato rifiuti effettuata dal Gestore tramite il codice Cer 19 05 01 non appare corretta”. Va ricordato che nel codificare in maniera sbagliata dei rifiuti si può incorrere in reati ambientali molto seri. Ed è proprio su questo punto che gli inquirenti vogliono fare luce. Anche perché gli “errri”, secondo l’Arpa, riguardano non solo la Fos, ma anche il Cdr (combustibile da inviare agli inceneritori). “In relazione alla produzione di cdr – si legge – prevista, sulla base dell’atto autorizzativo, per una quantità pari a circa il 35%, la medesima risulta nei fatti notevolmente inferiore (22,4% per l’anno 2016 e 19,6% per il 2017)”. Al contempo, “risulta prodotta una notevole quantità di scarto primario (21,7% per il 2016 e 25,6% per il 2017) destinato per la maggior parte a smaltimento (70%a smaltimento e 30% a recupero, circa)”.

L’INCHIESTA SUI MIASMI – Mentre i magistrati indagano sulle presunte irregolarità perpetrate nel sito Ama, i carabinieri del Noe hanno presentato al pm Villani una dettagliata informativa in cui sono collezionati i 270 verbali dei testimoni – soprattutto residenti – che hanno raccontato della puzza insopportabile proveniente dall’impianto. Un atto che sarà determinante all’atto della conclusione delle indagini preliminari. Come, anche in questo caso, l’ultima relazione Arpa, dove si parla di “condizioni che comportano la possibilità che si generino maggiori emissioni di polveri e odori molesti all’atto dell’apertura dei portelloni delle stazioni di scarico dei rifiuti in ingresso e dei portelloni laterali dai quali entrano ed escono i mezzi per il carico dei rifiuti in trasferenza”, oltre che di “attività di stoccaggio dei rifiuti prodotti dalle attività di trattamento prima del loro conferimento presso terzi non adeguatamente rappresentate”, aspetto quest’ultimo “particolarmente rilevante nei casi in cui, come nel presente, gli scarti prodotti non abbiano subito una adeguata degradazione della sostanza organica e presentino elevate caratteristiche di putrescibilità, e in quanto tali costituiscano fonte di molestie olfattive”. Nelle scorse settimane, i vertici di Ama hanno ordinato la realizzazione di una gigantesca teca in plexiglass a proteggere l’area di stoccaggio all’aperto, con l’intento di limitare i miasmi.

LA PROTESTA IN PARLAMENTO – Mentre le inchieste della magistratura fanno il loro corso, i Comitati No Tmb proseguono la protesta, appoggiati dall’amministrazione di centrosinistra del Municipio III. Giovedì 29 novembre i cittadini sono andati in protesta sotto Montecitorio e una loro delegazione, con in testa l’assessore municipale e scrittore Christian Raimo, sono stati ricevuti dal presidente della Commissione Ecomafie, Stefano Vignaroli. “I residenti hanno diritto di aprire la finestra di casa – ha detto il parlamentare M5s – ma è anche vero che tutti i tmb del Lazio funzionano male. E’ un sistema che va cambiato”. Nella serata di venerdì sono arrivate le dure parole del ministro Sergio Costa: “Io concordo con quello che dicono i cittadini. Il tmb là non si può lasciare nelle condizioni attuali. Urge un intervento di ripristino della legalità e della dignità di quel luogo, che deve essere vissuto in armonia con il territorio”. Un problema per l’amministrazione comunale guidata da Virginia Raggi. Il Comune, infatti, tiene di fatto bloccato il piano industriale di Ama a causa del contenzioso di 60 milioni fra il Campidoglio e la municipalizzata. I vertici aziendali hanno in previsione di realizzare due nuovi tmb “più moderni” in altrettanti siti Ama, probabilmente a Ponte Malnome e Rocca Cencia. Ma prima va risolta la questione contabile.