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Trump e il caso Khashoggi, da ‘America first’ ad ‘America for sale’

Con due successive esclamazioni – “America first!”, subito seguita da un non meno enfatico “the world is a dangerous place!”Donald Trump ha molto inusualmente aperto, tre giorni fa, la dichiarazione con la quale, su carta intestata della Casa Bianca, ha spiegato al mondo le ragioni della sua risposta all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Ovvero: a quello che la medesima dichiarazione – esaurita un’alquanto sommaria illustrazione delle ragioni che fanno del mondo il “luogo pericoloso” di cui sopra – non esita a definire “un terribile crimine, che il nostro Paese non condona”.

Questo in teoria. Perché nella pratica – quella, per l’appunto del “America prima di tutto” – vanno preventivamente fatti alcuni calcoli, tanto sul piano strettamente pecuniario (le armi che l’Arabia Saudita compra dagli Usa) quanto sul piano geopolitico (il ruolo di contenimento dell’Iran giocato da Riad nello scenario mediorientale). E fatti questi calcoli, spiega il documento, inevitabile è concludere quanto segue: è possibile – come con “alta confidenza” ritiene la Cia e come anche i lattanti hanno fin dall’inizio capito – che il principe Mohammed bin Salman, vero “uomo forte del regime, sia davvero il mandante dell’omicidio (“may be he did, may be he didn’t”). Ma la cosa poco importa, perché, in nome dell’“America first”, gli Usa non possono – con un occhio alla politica e uno, il più importante, al portafoglio – che accettare la “veemente” proclamazione d’innocenza del principe. E continuare a mantenere relazioni d’inalterata amicizia con il regno saudita al fine, sottolinea il documento, di “assicurare gli interessi del nostro Paese, di Israele e degli altri nostri alleati nella regione”.

Questo ha scritto (e nelle ultime ore più volte ribadito a voce) Donald Trump. E le sue parole sono d’acchito risuonate, in America e nel mondo, come qualcosa d’estremamente nuovo e, al tempo stesso, d’estremamente familiare. Familiare ed antica, per intenderci, come quella vetusta realtà che va sotto il nome di realpolitik, una prassi che, per quanto formalmente teorizzata solo alla metà del diciannovesimo secolo dal pensatore liberale tedesco Ludwig von Rochau, è notoriamente vecchia, se non proprio quanto il mondo, perlomeno quanto la politica stessa. Una prassi che, nel caso degli Stati Uniti d’America, ha – in tempi molto recenti e ben al di là del caso saudita – trovato un’impressionante quantità di inequivocabili conferme, in larga prevalenza basate sul quella che viene ufficiosamente chiamata “our son of a bitch doctrine”, la dottrina del “nostro figlio di buona donna”.

L’originario “nostro figlio di buona donna” – originario perché così definito da Franklin Delano Roosevelt nel 1937 – viene perlopiù identificato con Anastasio Somoza García, sanguinario dittatore nicaraguense. E sebbene anche in questo caso, come in quelli di molti altri aneddoti storici, non sia inconfutabilmente provata la veridicità della frase, tre fatti sono, per la storia, assolutamente certi. Il primo: che Somoza fosse, a tutti gli effetti, un autentico “son of a bitch” o, più specificamente, un assassino e un ladro. Il secondo: che quel ladro e assassino sia stato assolutamente funzionale agli interessi – politici e, soprattutto, economici – degli Usa. E, il terzo: che quel “figlio di buona donna” non sia a conti fatti stato che uno d’una lunghissima serie di fedeli e cruenti esecutori della realpolitik nordamericana.

Questo a proposito del “familiare”. Ma in che cosa consiste il “nuovo” che Donald Trump ha apportato a siffatta pratica? La risposta è, in estrema sintesi: se stesso. Nessuno – nonostante la sequenza di trucidi precedenti – aveva mai, prima di Trump, presentato la propria realpolitik in termini tanto sbracati e sordidi (o, volendo sintetizzare il tutto in un solo aggettivo, in termini tanto trumpiani). Sbracati per la grossolanità delle argomentazioni con cui Trump – oltretutto citando numeri ridicolmente esagerati, o del tutto inventati, laddove parla della quantità e della qualità degli investimenti sauditi negli Usa – espone la natura degli interessi americani. E sordidi per i non dichiarati ma più che ovvi risvolti personali di tali interessi. Non è infatti un mistero per nessuno che, alle origini della “grande amicizia” tra Mohammed bin Salman e Jared Kushner, il genero da Trump designato come stratega della politica mediorientale, vi siano i molti milioni di dollari con i quali l’aristocrazia saudita – da tempo una fondamentale presenza nell’impero immobiliare di Trump – ha salvato dalla bancarotta uno dei palazzi (il famoso 666 della Fifth Avenue, a Manhattan) costruiti dal Kushner Real Estate Group.

Qualcuno saluta oggi tutto questo come l’auspicata caduta d’una maschera d’ipocrisia. Trump – questa è l’idea – fa schifo. E proprio per questo ci regala, della politica Usa, un’immagine finalmente scarnificata, feroce e venale, priva degli orpelli d’ogni pretesa “difesa della democrazia”. Sciocchezze. Trump non ha in realtà rivelato un bel nulla. Trump ha soltanto, con le sue parole, capovolto i ruoli in quello che è sempre stato un rapporto di prostituzione. Ieri erano i Somoza, i Suharto, i Marcos e i Pinochet i “figli di buona donna” che gli Usa prima compravano e poi sostenevano per difendere i propri interessi. Oggi è la monarchia saudita che compra, oltretutto con assegni falsi, la propria impunità da un presidente americano “amorale e credulone” (an amoral chump, la definizione è di Thomas Friedman, columnist del New York Times). E in questo caso, per parafrasare un noto principio aritmetico, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto cambia. E cambia indiscutibilmente in peggio.

Vista attraverso le lenti trumpiane, L’“America first!” non è che una “America for sale”, un Paese in vendita con tanto di prezzo (450 miliardi, perlopiù ipotetici, nel caso specifico) etichettato tra le stelle e le strisce della bandiera. Un orrido spettacolo per quanti, nel mondo, ancora credono nella democrazia.