Società

Sesso e disabilità, vi racconto cosa ho fatto con una prostituta. E cosa ho capito

E va bene ragazze (e anche voi ragazzi) vi accontenterò: dopo l’ultimo post più d’una di voi mi ha chiesto ulteriori dettagli sull’esperienza a luci rosse. Quindi non vi resta altro che allacciare le cinture e si riparte alla volta del peccaminoso, che penetreremo ancor più in profondità: rimetto i panni di quel vecchio sporcaccione di Charles Bukowski e facciamo ritorno in Svizzera, la patria del cioccolato, della puntualità e delle case chiuse ma aperte. I motivi che mi hanno portato al sesso a pagamento li trovate qui, ma adesso rimbocchiamoci le maniche – o è più pertinente abbassare la lampo? In ogni caso chi mi aiuta a farlo? – e diamoci dentro…

Come spiegato nel post precedente, nel “paradiso della passera” mi recavo con alcuni amici: una volta entrati nel locale/bordello e preso le consumazioni, ecco che le cortigiane si avvicinano. Sono mezze nude, al punto da mozzarti il fiato (ma io ho il respiratore, una vera fortuna!) e si presentano. Dopodiché si abbassano alla mia bassezza, cominciano ad accarezzarmi le mani e – sfruttando la mia posizione da Toro Seduto – a posare la loro tra il mio tropico del capricorno e quello del cancro, insomma nelle zone calde: ora un po’ più hot. E, con un linguaggio degno delle periferie di Oxford, ti chiedono: “Vuoi venire in stanza con me? Facciamo l’amore, ti faccio pompino, mi lecchi la f..a, quello che vuoi, l’importante tu felice”, per poi concludere umilmente: “Sono brava io”. Nel frattanto ai tropici le temperature si fanno incandescenti, sarà colpa del “buco” dell’ozono? Ed è facile cadere in tentazione, ma liberaci dall’astinenza, amen.

Allora la ragazza di facili costumi ti fa strada in direzione del piacere e io, dalla mia privilegiata posizione da pigro seduto, potevo ammirare il panorama offerto dalle sue natiche, ricoperte da un invisibile tanga. Raggiungiamo l’ascensore, una sorta di bara verticale (tanto era piccola), che portava in paradiso e al sottoscritto offriva un’altra visione paradisiaca: ora lei è di fronte a me e i miei occhi ad altezza passera. Poi si piega in avanti per schiacciare il tasto del piano e io mi godo la vista monti – non sembra ma a stare seduti vi sono dei piacevoli risvolti. Meglio glissare sui livelli a cui la colonnina di mercurio si è attestata: il vulcano era ormai pronto a eruttare, il fiume a esondare, l’uragano a scatenarsi… bè ci siamo capiti. Il problema era proprio questo, calmate i bollenti spiriti e per farlo solo alla testa potevo fare appello: l’impresa si faceva titanica, soprattutto se non volevo essere più rapido di Bolt nei 100 metri. Altrimenti facevo il gioco delle signorine, perché il motto dev’essere: “Meno dura ciò che è duro ora, meglio è”, meno lavoro e la tariffa è la medesima.

Una volta in stanza, gli amici mi sistemano e poi escono, credo assieme alla poesia: infatti la cortigiana si spoglia seduta stante, senza fronzoli, neanche accenna a un minimo di spogliarello ed è subito pronta, rapida quanto un Freccia Rossa. E questo era ciò che meno mi piaceva, certo non mi aspettavo affetto (non lo cercavo neanche in quella circostanza), ma mi aspettavo qualcosa in più: quel corpo così perfetto era tanto inconsistente, quanto vuoto e di colpo finto, come fosse di plastica. Perché un corpo per quanto possa essere bello, attraente, è nullo se non è accompagnato da altro: e lì si deve arrivare il prima possibile alla “meta”, quasi freddamente (altro che tropici). Per loro questa era diventata routine: ogni giorno la stessa cosa, uguale, identica, al punto da diventare noiosa ed è questo a rendere, appunto, inconsistente la loro bellezza. Perché l’altro motto è: “Più clienti hai, più soldi fai”.

Da parte mia sentivo questa fretta, almeno con buona parte di esse (sarò stato con nove di loro): il sesso non era coinvolgente, lo era di più l’arte orale, e non mi riferisco a quella oratoria. Per loro era emotivamente più facile, ancor più meccanico, e alla fine lo era anche per me: perché in realtà avrei avuto bisogno di un’assistente sessuale, ma di questo ne discorreremo. Poi mi è bastato fare all’amore, quello con la A maiuscola, poco tempo dopo per capirne la differenza dal sesso, e da quello arido. L’esperienza con la A maiuscola, confrontata con quella del “paradiso della passera”, mi ha rivelato l’importanza e il piacere dei preliminari, tanto che ora ne sono un’osservante ortodosso: “Più dura ciò che è duro, meglio è” pereppepè!