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Brexit terremota la May, via dal governo i ministri Raab e McVey: ‘Tradite promesse’ Tory ribelle presenta mozione di sfiducia

Il governo britannico perde pezzi dopo l'approvazione della bozza di intesa. Si dimettono il titolare del negoziato con l'Ue e due sottosegretarie. Lascia anche Shailesh Vara, titolare per l’Irlanda del Nord. La premier criticata alla Camera dei Comuni anche dagli unionisti nordirlandesi, vitali per la maggioranza. Tory ribelli: "Almeno 80 pronti a votare contro"

I rumors avevano cominciato a circolare fin dalla serata di mercoledì, mentre il cabinet era nel pieno del drammatico vertice sfociato nel sì alla bozza. Hanno aspettato che Theresa May desse l’annuncio che il governo aveva accettato l’accordo raggiunto con l’Ue sulla Brexit e meno di 12 ore dopo si sono dimessi. E i passi indietro sono di tre personaggi pesanti, in questa estenuante trattativa tra Londra e Bruxelles sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Dominic Raab, ministro per la Brexit, Esther McVey, titolare di lavoro e Pensioni, e Shailesh Vara, sottosegretario all’Irlanda del Nord, hanno lasciato l’esecutivo, in un effetto domino che secondo diversi media britannici potrebbe portare alla caduta dell’esecutivo. Via anche Anne-Marie Trevelyan e Suella Braverman, sottosegretarie alla Brexit. Un terremoto che ha provocato sui mercati valutari il crollo della sterlina sia nei confronti dell’euro che del dollaro.

Al termine di una mattinata convulsa alla Camera dei Comuni dove il primo ministro ha riferito sulla bozza, il deputato Tory Jacob Rees-Mogg, capofila dei brexiteers più radicali, ha formalizzato la sua richiesta di una mozione di sfiducia contro Theresa May in una lettera al comitato 1922, l’organismo di partito che sovrintende alla convocazione di elezioni per la leadership. Nella missiva, May viene accusata d’aver violato “le promesse fatte alla nazione” sulla Brexit. Rees-Mogg ha un seguito di circa 50 deputati, sufficienti in teoria a far scattare l’iter, ma finora il numero delle lettere risulta inferiore al quorum necessario.

“L’intesa sulla Brexit approvata ieri dal governo “non è un accordo finale” ma un documento che consentirà comunque un’uscita “liscia e ordinata”, aveva detto poco prima la May riferendo ai Comuni sull’accordo, fra i mormori e le contestazioni delle opposizioni. Tre le possibilità di fronte a Londra ora, secondo il primo ministro: “Possiamo scegliere fra l’uscita dall’Ue senza accordo, possiamo rischiare di non avere nessuna Brexit o possiamo scegliere di unirci e sostenere il miglior accordo che possa essere negoziato”. E alle critiche sul backstop, May ha risposto sostenendo che non sarebbe stato possibile escluderlo come clausola da alcun tipo di accordo.

L’opposizione dà fuoco alle polveri. “Il governo deve ritirare questo accordo pasticciato che non ha il sostegno del gabinetto dei ministri, del Parlamento o del Paese nel suo intero”, ha detto il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, sottolineando che dopo la serie di dimissioni di ministri, il governo conservatore è “nel caos“. “Questo non è l’’accordo che era stato promesso e il Parlamento non può accettare, e credo non accetterà, questa falsa scelta tra un cattivo accordo ed il ‘no deal’, nessun accordo”, ha continuato il leader laburista.

In un clima infuocato, la May ha replicato alle critiche. Al leader liberaldemocratico Vince Cable che ai Comuni è tornato a invocare oggi l’opzione di un secondo referendum, la premier ha risposto escludendo categoricamente la possibilità e spiegando che il governo “non intende prepararsi” allo scenario di “una no Brexit” perché ritiene sia “suo dovere attuare il mandato” referendario stabilito dal popolo nel giugno 2016.

La notizia peggiore per la May in questa mattinata ai Comuni è che gli unionisti nordirlandesi del Dup, vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito “uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi”. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.

Ma i guai peggiori la May se li trova in casa. Intervenendo al dibattito il deputato conservatore Mark Francois, uno dei membri dell’European Research Group, il gruppo che racchiude molti degli esponenti euroscettici dei Tories, ha affermato che la pattuglia dei Conservatori pronti a bocciare il testo quando agli inizi di dicembre questo sarà sottoposto al vaglio del Parlamento ha raggiunto quota 84 e sta crescendo. L’accordo è “nato già morto“, ha detto Francois, invitando la premier Theresa May ad accettare la realtà politica.

Nel tardo pomeriggio Theresa May è tornata a far sentire la propria voce in un punto con i media. “Credo con ogni fibra” del mio essere che l’intesa sia “quella giusta”, ha detto parlando da Downing Street. La premier Tory rivendica di aver negoziato “nell’interesse nazionale, non in un interesse di parte e sicuramente non nell’interesse delle mie ambizioni politiche”. “Io ho fatto il mio dovere”, rispondo a chi le dice di essere ormai al governo, ma non al potere, e più avanti “toccherà al Parlamento fare il suo”. La mozione di sfiducia? “Sono pronta ad affrontarla”, replica la May. Che poi ribadisce un concetto già espresso molte volte durante il negoziato: “Per quanto mi riguarda, non ci sarà un secondo referendum“.

Raab: “Tradite le promesse fatte” – “Non posso in buona coscienza sostenere i termini proposti per il nostro accordo con la Ue”, scrive Raab in un tweet, pubblicando anche la lettera inviata alla May per “spiegare le mie ragioni e ribadire il mio rispetto per lei”. “Non posso riconciliare le condizioni dell’accordo proposto con le promesse che abbiamo fatto al Paese nel nostro manifesto”, recita la missiva.

 

Nella lettera Raab, figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e convinto fan dell’uscita di Londra dall’Ue, afferma di “comprendere” i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di “rispettare il diverso punto di vista” espresso che ha spinto la premier e “altri colleghi” a dare il via libera al testo “in buona fede”. Personalmente, afferma tuttavia di non poter accettare l’accordo. Due le motivazioni principali: “In primo luogo credo che il regime regolatorio proposto per l’Irlanda del Nord costituisca una minaccia molto reale all’integrità del Regno Unito. In secondo luogo, non posso sostenere un accordo di backstop indefinito, in cui l’Ue ha il veto sulla nostra possibilità di uscire. Le condizioni di backstop sono un ibrido fra gli obblighi dell’unione doganale Ue e del mercato unico“, scrive il ministro dimissionario.

E poi prosegue: “Nessuna nazione democratica ha mai firmato per essere legato da un regime così estensivo, imposto dall’esterno senza alcun controllo democratico sulle leggi che devono essere applicate né la possibilità di decidere di uscire dall’accordo. Quell’accordo ora verrà preso come punto di partenza per negoziare la futura partnership economica. Se accettiamo questo, la seconda fase dei negoziati sarà gravemente condizionata contro il Regno Unito”. Raab – secondo ministro per la Brexit a lasciare in questi mesi dopo David Davis – non chiede le dimissioni di May. Ma il suo forfait significa comunque un colpo duro sia per il governo e per il contesto negoziale, mentre non si escludono ora possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.

Vara: “Intesa lascia il Regno Unito a metà strada” – Dal canto suo Vara, nella lettera di cui pubblica una foto su Twitter, spiega che a suo parere l’accordo di uscita manca l’obiettivo di lasciare il Regno Unito “un Paese sovrano e indipendente” senza “i ceppi dell’Ue”. L’intesa “lascia il Regno Unito in una casa a metà strada senza scadenza temporale su quando sarà finalmente un Paese sovrano”. “Con molta tristezza e rammarico ho presentato al primo ministro la mia lettera di dimissioni da ministro per l’Irlanda del Nord”, si legge nel tweet.

McVey: “Tradito il risultato del referendum” – ‘Brexiteer’ convinta e tra le voci più ostili all’accordo nel gabinetto, per motivare il passo indietro McVey spiega che. “l’accordo non onora il risultato del referendum“.

 

Labour: “Governo a pezzi” – Il governo conservatore “sta andando a pezzi sotto i nostri occhi”, attacca Jon Trickett, braccio destro di Jeremy Corbyn nel governo ombra dell’opposizione laburista. “Questo è il ventesimo membro del gabinetto che si dimette in due anni”, incalza Trickett, che prosegue: “May non ha più alcuna autorità residua ed è chiaramente incapace di portare a casa un accordo sulla Brexit che raccolga anche solo il sostegno della sua compagine, per non dire del Parlamento e del popolo del nostro Paese”. Il ministro ombra per la Brexit del Labour, Keir Starmer, parla a sua volta di “uno sviluppo molto grave” e di un governo ormai “senza maggioranza“.

Tusk: “Il 25 Consiglio Ue straordinario” – Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha annunciato nel frattempo che il 25 novembre si terrà un vertice Ue straordinario per la Brexit, per firmare l’accordo di ritiro. L’annuncio è stato dato durante una conferenza stampa congiunta con il capo negoziatore dell’Ue Michel Barnier al termine di un incontro giovedì mattina. “Prendo atto” dell’accordo sulla Brexit, ha commentato Tusk, “ma non condivido l’entusiasmo di Theresa May. Ho pensato fin dall’inizio che questa sia una situazione ‘lose-lose‘, e che occorresse lavorare per controllare i danni conseguenza di questo divorzio. Così come sono rattristato per la partenza degli amici britannici, farò di tutto per rendere questo addio il meno doloroso possibile, sia per voi, che per noi”.

Tusk ha poi spiegato quali saranno le tappe successive. “Nei prossimi giorni procederemo come segue: l’accordo viene adesso analizzato da tutti gli Stati membri. Entro la fine della settimana gli ambasciatori dei 27 Paesi Ue si incontreranno per condividere la loro valutazione dell’accordo. Spero che non ci saranno troppi commenti”, ha spiegato il dirigente polacco. “Discuteranno anche del mandato per la Commissione di finalizzare la ‘Joint Political Declaration‘ sulle relazioni future fra Ue e Regno Unito. I ministri europei saranno coinvolti in questa procedura. E la Commissione intende concordare la dichiarazione sul futuro con l’Ue entro martedì”, ha proseguito. “Nelle 48 ore successive, gli Stati membri avranno tempo di valutarla, il che significa che gli sherpa dei 27 Paesi Ue dovrebbero concludere questo lavoro entro giovedì”. Poi, ha concluso Tusk, “se non succederà nulla di straordinario, terremo un Consiglio europeo per finalizzare e formalizzare l’accordo sulla Brexit. Si terrà domenica 25 novembre alle 9.30”.