Cultura

Filippo Timi torna a teatro con un Cuore di Vetro in Inverno: allegoria pop di un cavaliere errante perugino, tra la natività e Michael Jackson

Ambientato in un Seicento con le luci stroboscopiche, è un viaggio poetico e dissacrante dentro se stessi, tra sacro e profano: dal Salve Regina recitato in latino a Gigi D’Alessio, dallo sbarco sulla luna ai pupi siciliani

Il primo applauso Filippo Timi lo riceve tre secondi netti dopo essere entrato in scena, vestito da sposa, con la barba incolta sotto il velo. Con il sipario ancora chiuso si siede sul proscenio e imbraccia la chitarra come un menestrello, per cantare una ballata dell’amor perduto in dialetto perugino. È il proemio (cantato) di Un Cuore Di Vetro In Inverno, spettacolo scritto, diretto e interpretato dallo stesso Timi, che sarà in tournée nei teatri italiani fino a dicembre.

Il poliedrico Timi (è infatti attore, regista, scrittore e drammaturgo) torna a teatro nei panni di un cavaliere sgangherato, con l’armatura e il donca, la storpiatura tipica del dialetto umbro. Come ogni cavaliere che si rispetti, deve partire per la sua grande impresa: uccidere il drago e tornare vittorioso dal suo amore. Una specie di Don Chisciotte che combatte i mulini a vento della sua anima, un Orlando che ha perso il senno e per trovarlo vaga su una luna di cartapesta, con le nuvole di compensato dipinto e un bar di periferia, di quelli con la tendina di plastica e l’insegna al neon. Lo segue una corte strampalata composta dal menestrello triste (un portentoso Andrea Soffiantini) un giovane scudiero (Michele Capuano) una prostituta (Elena Lietti) e un angelo biondo e ammiccante come Marilyn Monroe (Marina Rocco, attrice feticcio di Timi).

È un Seicento al contrario, con le armature e i carrelli della spesa in plastica, le gorgiere e le luci stroboscopiche. Per un’ora e mezza Timi canta, balla, si arrampica sulla scenografia, volteggia in aria, combatte in equilibrio precario su una scala. Si veste da sposa e da cavaliere, interpreta il giullare e l’eroe tragico. E poi si mette a nudo (letteralmente e metaforicamente) nei suoi incubi. Lo spettacolo procede per quadri successivi, per notti e albe che si rincorrono: nasce infatti da una serie di testi singoli, poi legati insieme. Il filo conduttore è l’avventura dell’antieroe perugino, l’epica delle piccole cose, dei panni stesi al sole, delle sigarette fumate due per volta, dei ripensamenti, delle decisioni rimandate a domani.

E come sempre, Timi mescola alto e basso, in una continua allegoria pop: il Salve Regina recitato in latino e Gigi D’Alessio, la sigla di Superquark e l’Estate di Vivaldi, la natività dissacrata e Billie Jean di Michael Jackson, lo sbarco sulla luna e i pupi siciliani. Timi entra ed esce dal personaggio, cammina intorno al baratro dei suoi pensieri e poi di colpo guarda gli spettatori negli occhi: “Squillasse un telefono adesso…ma li avete spenti tutti, diligenti che non siete altro”. Il pubblico ride, ammutolisce, si perde, si fa prendere per mano in questo girotondo, per non essere poi portato da nessuna parte in particolare. Solo a fare due passi tra le nostre inquietudini: la solitudine, il dubbio, la vergogna, la gelosia, l’incapacità di fidarsi. Perché per ogni amore appena trovato c’è un drago da sconfiggere. Da qualche parte nella nostra testa.