Cultura

Giulio Andreotti e l’omicidio Pecorelli: ne ‘Il Divo e il giornalista’ le mezze verità di un processo dimenticato

Scritto dal giornalista Alvaro Fiorucci e dal funzionario del ministero Raffaele Guadagno, edito da Morlacchi, il libro passa in rassegna e analizza tutti gli infiniti passaggi di una vicenda e di due personaggi che raccontano il periodo più buio della storia d'Italia

A distanza di quaranta anni dal sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, avvenuto nel 1978, ancora emergono delle verità. Seppur piccoli brandelli. Solamente lo scorso dicembre la seconda commissione bicamerale d’inchiesta ha certificato che in via Fani le Br non agirono da sole. Non era un mistero, ma è stato un segreto. E molti altri sono ancora tenuti nascosti dai pochi che erano e sono a conoscenza di quanto realmente accaduto in quegli anni. Perché i 55 giorni di prigionia di Moro non sono una dolorosa parentesi della storia repubblicana, ma rappresentano un tassello fondamentale del quadro ben più ampio della guerra civile che si è consumata in l’Italia negli anni che vanno dalla strage di piazza Fontana, a Milano nel dicembre 1969, fino all’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo nel settembre 1982. Con strascichi che si sono poi trascinati fino almeno al 1986 con l’assassinio di Michele Sindona, ucciso con un caffè al cianuro nella sua cella nel carcere di Voghera. Tutti segreti ancora non rivelati o svelati. Una lunga scia di sangue e segreti di Stato e dallo Stato pilotati, insabbiati, resi impossibili da accertare.

Gli scaffali delle librerie negli ultimi mesi si sono riempiti di testi dedicati a quei tragici 55 giorni ma pochi, pochissimi, hanno ampliato la prospettiva, inquadrato il contesto storico, il prima e il dopo. Tra i pochissimi ce n’è uno in particolare che merita molta attenzione. Lo ha pubblicato la Morlacchi editore, una minuscola casa editrice di Perugia, nel febbraio 2018 e in questi mesi si è fatto spazio tra i giganti solo grazie al passaparola. Il titolo poco o nulla sembra avere a che fare con quei grandi segreti celati dallo Stato: Il Divo e il giornalista. Sottotitolo: “Giulio Andreotti e l’omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato”. Andando oltre la copertina, nelle quasi 400 pagine che lo compongono è ricostruito proprio quel decennio buio della Repubblica. Ed è ricostruito con documenti dell’epoca, atti giudiziari, verbali di testimonianze, documenti riservati dei servizi segreti e molto altro.

Tutti documenti che sono confluiti al tribunale di Perugia durante il processo per l’omicidio di Carmine Pecorelli, giornalista direttore di Op ucciso la sera del 20 marzo 1979 con quattro colpi di pistola. E ovviamente il nome dell’omicida è rimasto un segreto. Sul banco degli imputati venne trascinato come mandante Giulio Andreotti, come autore materiale Massimo Carminati più altri: il boss Gaetano Badalamenti, il tesoriere di Cosa Nostra, Giuseppe Calò, l’ex magistrato e poi parlamentare Dc, Claudio Vitalone, il killer della mafia, Michelangelo La Barbera. Il processo inizia nel 1996 e in primo grado, nel settembre 1999, tutti assolti. In appello, tre anni dopo, Badalamenti e Andreotti sono stati condannati a 24 anni di carcere per l’omicidio. Infine la Cassazione, nell’ottobre 2003, ha annullato senza rinvio la sentenza di appello.

Per istituire il processo i magistrati di Perugia, Fausto Cardella in particolare, hanno riunito tutte le indagini già svolte a Roma sull’omicidio Pecorelli una prima volta nel 1979 e una seconda nel 1994. Indagini che non hanno mai portato a nulla. Perché depistate, insabbiate. Le vicende sono tantissime e nel libro sono raccontate in maniera chiara e lineare, nonostante la complessità degli argomenti e la mole sterminata di materiale. Ma a scriverlo, insieme al giornalista Alvaro Fiorucci, è Raffaele Guadagno, colui che da funzionario del ministero ha seguito passo passo le fasi delle indagini, ha letto, studiato, lavorato su ciascuna delle oltre 800mila pagine di atti prodotti e poi i processi che si sono celebrati nel capoluogo Umbro.

Dal 1979 in poi chi si è occupato da vicino dell’omicidio Pecorelli ha sempre sostenuto che non si è mai riusciti ad arrivare ai responsabili per “eccesso di moventi”. Il direttore del periodico Op, infatti, non era un semplice giornalista: era “uno spregiudicato e scanzonato avventuriero della notizia”, per usare la descrizione compiuta da Cardella durante la sua requisitoria. Pecorelli ha pubblicato articoli, servizi e inchieste esclusive spesso in anticipo anche di decenni. Ha svelato il caso Italcasse, il dossier Mifobiali, persino i magheggi finanziari dell’allora sconosciuto ai più imprenditore milanese Silvio Berlusconi: ne scrisse nel 1978. Scrisse dell’interessamento di frange dei servizi segreti deviati per far fuggire Guido Giannettini dopo l’attentato di piazza Fontana E molto altro ancora: Licio Gelli e la P2, il fantomatico “elenco dei mille” che avevano usato Sindona per portare illegalmente capitali all’estero, gli assegni con cui Andreotti – che fu Pecorelli a soprannominare il Divo – aveva girato dei fondi ritenuti illeciti ad alcune società tra cui una riconducibile al membro della banda della Magliana, Domenico Balducci.

Ma soprattutto pubblicò per primo l’indirizzo del covo in cui le Br tenevano Moro, scrisse che il volantino numero 7 con l’indicazione del lago della Duchessa come luogo dove trovare il cadavere di Moro era falso e creato ad arte dai servizi segreti italiani su suggerimento della Cia per vagliare la reazione dell’opinione pubblica di fronte all’omicidio di Moro, in quel momento ancora in vita. Scrisse che in via Fani con i brigatisti c’erano pezzi dello Stato e della criminalità organizzata. Di Moro pubblicò stralci del suo memoriale e lettere che vennero ritrovati solamente nel 1990 in via Montenevoso. Insomma: Pecorelli aveva informazioni riservate, riservatissime e le pubblicava. Per questo è stato ammazzato. Da chi non si sa. Seppure leggendo il libro di Guadagno e Fiorucci si arriva a più di qualche idea. Purtroppo però per la giustizia Pecorelli è stato ucciso ma è stato ucciso da nessuno. Qualcuno però sa. Come ha detto Cardella sempre nella requisitoria: “Poche, pochissime persone, se solo avessero voluto, avrebbero potuto raccontarci la dinamica di interessi e di rapporti personali che ha condotto alla deliberazione e all’attuazione dell’omicidio. Quella dinamica è stata ricostruita con grande fatica, aprendo qua e là i necessari spiragli, in un muro di silenzi complici o timorosi o interessati, di bugie e mezze verità”. In questo libro ci sono tutte le mezze verità. Anche quelle mancanti.

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