Donne

Allattamento al seno, se è naturale non vuol dire che sia facile

Colgo l’occasione della Settimana mondiale per l’allattamento materno (1-7 ottobre) per parlare di un argomento “privato” (anche se in realtà non è solo tale, perché ha a che fare anche con la libertà delle madri, la conciliazione vita-lavoro, la salute presente e futura dei bambini e molto altro). Perché mentre si discute di manovra, reddito di cittadinanza e spread ci sono centinaia di migliaia di mamme solo in Italia – considerando che nascono circa mezzo milione di bambini all’anno – che si stanno confrontando con una pratica certamente naturale ma non per questo semplice.

La Società italiana di neonatologia (Sin) in questi giorni ha diffuso delle “istruzioni per l’uso” proprio sull’allattamento al seno, che contengono dei dati secondo cui già alla dimissione dall’ospedale il 23% della mamme ha smesso di allattare al seno. A quattro mesi sono solo 31% quelle che allattano al seno e si riducono al 10% dopo sei mesi di vita.

Secondo la Sin l’allattamento al seno deve essere un allattamento “a richiesta“, il che significa che il bambino va attaccato al seno 8-12 volte al giorno, ogni volta che lo chiede e per tutto il tempo che lo vuole. La madre deve essere “comoda e rilassata” e ovviamente essere a disposizione anche la notte, perché il neonato non distingue notte e giorno. L’altra affermazione fatta dai neonatologi riguarda le madri che non hanno latte: in realtà, sostengono, “le madri che non possono allattare sono davvero poche” e sono anche pochi i farmaci non compatibili con l’allattamento. Quando il bimbo nasce veramente prematuro, inoltre si può ricorrere tranquillamente, scrivono, alle banche del latte (che però sono assai poche). Insomma, secondo la Sin la percentuale delle madri che allattano, secondo la natura, dovrebbe sfiorare il 100%.

E allora perché i dati sono molto diversi? Per capire veramente le donne bisognerebbe, più che dare ricette, ascoltare le loro storie, la loro esperienza, le loro riflessioni. Perché facendolo, come mi è capitato di fare per vari progetti, si intuiscono varie cose. La prima è che il motivo principale per cui le donne non allattano”naturalmente” o smettono di farlo è che non sono sostenute e aiutate. Dopo il parto la maggior parte delle madri restano sole, anche perché i congedi di paternità sono ridicoli (e anzi rischiamo di perdere anche quei quattro giorni attuali), aiutate semmai da madri e suocere, quando ci sono. Nessuna ostetrica va a casa ad insegnare loro a spiegare come allattare, come invece in tantissimi paesi europei, soprattutto nessuna persona arriva magicamente a pulire, fare la spesa, guardare magari altri figli se ci sono e tutto il resto. Per allattare 12 volte al giorno, una cosa che già di per sé lascia stremate, perché impedisce il sonno, non bisognerebbe fare proprio nulla. Con tutta evidenza non è così.

Ma le donne smettono di allattare presto anche quando lavorano. Perché i tempi del lavoro sono spesso incompatibili con l’allattamento. Certo, ci si può tirare il latte, molte madri lo fanno facendo salti mortali, ma stando otto o nove ore fuori – perché le libere professioniste e le precarie non hanno il privilegio dell’allattamento concesso solo alle dipendenti – è ben difficile allattare a richiesta, come i neonatologi consigliano e richiedono. Per allattare molti mesi – addirittura fino a due anni come consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità – ci vorrebbero ritmi di vita completamente diversi. Che in Italia non abbiamo e non possiamo ottenere.

Ecco perché sarebbe meglio non sottolineare con enfasi, come ormai si fa invece, tutte le malattie che secondo alcuni studi i bambini non allattati prenderebbero da adulti, perché invece che spingere le donne ad allattare non si fa altro che aumentare la sofferenza di quelle donne, tantissime, che magari volevano allattare e non hanno potuto. Tra cui ci sono quelle che, forse perché sempre più anziane, soffrono di malattie croniche che richiedono farmaci. Ed è vero che oggi ci sono vari numeri di riferimento e centri per sapere se i farmaci che si prendono sono compatibili (tra cui il Policlinico Gemelli o il Centro antiveleni di Bergamo) qualche volta la risposta può essere “no”. Come è capitato a me per il secondo figlio, con conseguente molto dolore e nonostante la mia intenzione di allattare a lungo. Mentre con il primo ho potuto allattare alcuni mesi, ma non a richiesta. Semplicemente perché a richiesta non ce la facevo, dopo poche notti senza dormire ero incapace di fare qualsiasi cosa. Insomma l’allattamento ideale a volte non coincide con quello reale.

E poi ci sono quelle che scelgono liberamente di non allattare. Per mia esperienza sono pochissime, perché la maggioranza soccombe a causa di scarso sostegno, lavoro impegnativo, stanchezza. Ma anche queste donne vanno trattate con rispetto. Ci sono stati periodi di vita e scrittura in cui ho pensato che il latte materno fosse un diritto assoluto del bambino, ma dopo aver conosciuto e ascoltato alcune madri che hanno deliberatamente iniziato con l’artificiale – di cui certamente vanno combattute pubblicità e spot, non c’è dubbio su questo, perché si commercializzano anche prodotti assolutamente inutili e costosi – penso che anche questa sia un’opzione che può avere le sue ragioni.

Un’ultima parola la vorrei dire sulla maggior parte delle madri del mondo, che non siamo noi europee. In particolare quelle più povere, come in Africa. Qui un’associazione come Amref si prende cura della loro salute e di quella dei bambini. Qui, ovviamente, diffondere il più possibile l’allattamento al seno non è una scelta ma una priorità assoluta. Perché salva vite umane, perché è gratuito, perché non serve l’acqua che è pochissima e contaminata. Anche a tutte queste mamme che allattano i loro figli nella fatica e nell’indigenza, e nella nostra indifferenza, dovrebbe andare in questi giorni il nostro pensiero.

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