Cinema

Papa Francesco, un uomo di parola: il film di Wim Wenders spiega perché Bergoglio a molti non piace

Il film di Wim Wenders su papa Francesco, che sarà proiettato nelle sale italiane questa settimana, è perfetto come la pennellata di un disegno giapponese. Novanta minuti che portano lo spettatore a stare faccia a faccia con il pontefice, impegnato a rimescolare profondamente le carte nella Chiesa cattolica.

Perfetto perché partecipando al lungo colloquio con Jorge Mario Bergoglio, arrivato sul trono di Pietro dalla “fine del mondo”, lo spettatore coglie intuitivamente la maniera tutta personale con cui il pontefice argentino coniuga il discorso evangelico delle Beatitudini (“beati voi che siete poveri, voi che avete fame, voi che piangete”) con l’imperativo di affrontare il dramma planetario della diseguaglianza: un abisso crescente che separa brutalmente lo strato di coloro che godono del benessere dalla massa enorme dei diseredati e dei disperati in cerca “non di una vita migliore” – come ha detto una volta Francesco – ma semplicemente della “vita”, della sopravvivenza.

Papa Bergoglio, infatti, come già papa Ratzinger peraltro (due personalità dissimili ma in questo convergenti), è fermamente convinto che non ci si può dire cristiani se non si esprime una solidarietà attiva, operativa, per i propri fratelli e sorelle in difficoltà. Ama il prossimo come te stesso, insomma, è l’unico marchio che può identificare il cristiano e non certo la frequentazione passiva della messa.

Nel film la disperazione della diseguaglianza appare plasticamente, ma senza retorica, nelle immagini che scorrono alternate alle riflessioni papali. Sono immagini sobrie nonostante lo splendore dei colori. Immagini che riflettono con precisione la “normale”, a volte persino festosa (visto l’arrivo del pontefice) quotidianità degli esclusi. Si tratti di una favela brasiliana o di Scampia a Napoli o di un paesaggio boliviano. “La povertà nel mondo è uno scandalo!”, afferma Bergoglio. E purtroppo, aggiunge, nella Chiesa vi sono tanti che rimangono sordi al grido degli esclusi. E anzi, tra i cristiani e il clero ce ne sono molti che cedono alla tentazione della ricchezza. Magari per tentazione di potere. “Finché nella Chiesa – scandisce Francesco – c’è chi ripone la speranza nella ricchezza, Gesù non c’è”.

Due immagini del film si impongono nella mente di chi guarda e saranno incancellabili. La sequenza dei volti dei cardinali, in ascolto nel palazzo apostolico alla vigilia di Natale del 2014, mentre il papa argentino elenca le malattie della Curia: cuori duri, carrierismo, Alzheimer spirituale. È una carrellata di facce che sembrano uscite da un grande affresco. Impassibili, a disagio, incerte, incuriosite, toccate, perplesse. Uno tsunami sta passando sopra le teste de porporati, benché espresso nei toni morbidi della voce di Bergoglio.

L’altra immagine da non scordare è quella di una lavanda dei piedi il giovedì santo. Francesco, inginocchiato, lava i piedi di una donna probabilmente eritrea: nella sua tunica bianca, un lembo della quale le copre la testa, la donna regge in braccio un poppante. La rivoluzione silenziosa che Francesco sta attuando nella Chiesa, spesso molto più con gesti che con documenti, è tutta racchiusa in questo colpo d’occhio.

Per lunghi secoli la lavanda dei piedi è stata rigorosamente limitata a maschi. Doveva commemorare gli apostoli, a cui Gesù lava i piedi. Apostoli maschi che hanno segnato una Chiesa maschio-centrica. Francesco scombussola questa certezza con il suo gesto. Apostoli sono anche le donne. Apostola può essere anche una mamma. E Bergoglio va anche oltre nella rifondazione simbolica del rito. Chi lava i piedi – un seguace di Gesù – non si china soltanto sui “suoi”, sui fedeli cattolici, ma su tutta l’umanità. Ecco perché alla lavanda dei piedi di Francesco prendono parte anche cristiani di altre confessioni e persino musulmani, buddisti e indù.

Papa Francesco, un uomo di parola – questo Wenders non poteva prevederlo – esce in un momento in cui il governo del pontefice è nel mezzo di una tempesta. La cura, che il regista riserva al protagonista, spiega paradossalmente perché le idee di Francesco suscitano tanta avversione e ostilità dentro e fuori la Chiesa. Bergoglio come personalità sul trono papale è troppo diverso e fuori le righe per piacere ai poteri tradizionali sia ecclesiastici che politico-economici, che male tollerano le sue denunce sull’ingiustizia sociale strutturale: ma papa Bergoglio fa anche degli errori. E per questo ci vorrà forse un altro film.