Società

Sono un blogger, e i miei haters non sopportano che io sia così fico

Che cosa significa essere un blogger o avere un blog? Per me è come un diario di bordo personale, annoto la velocità dei miei pensieri su quello che mi capita nella vita, le mie riflessioni più ponderate, ci metto dentro anche i miei gusti e i miei disgusti. Un blog è personale, intimo, ma è un’intimità con le finestre spalancate, aperta al mondo, agli altri. Un blogger si confronta con gli altri, la natura stessa del blog è il confronto. Senza gli altri il blogger non esiste o se esiste è insignificante. Non è tanto una questione di numeri, mi basta che ci sia un’altra persona al di là del filo digitale e mi sento giustificato nel mio atto comunicativo. Si scrive anche per se stessi, per depurarsi dai pensieri in eccedenza, è anche una sorta di terapia personale, ma senza l’altro da sé il gioco della comunicazione non è più un gioco e rischia di essere un atto dii puro solipsismo.

Quindi ben vengano anche gli haters, per quanto mi riguarda. Non mi fanno paura, a volte possono infastidirmi come delle zanzare, ma il più delle volte mi divertono. Sartre è stato uno degli intellettuali più odiati del suo tempo, il suo esistenzialismo è stato definito “escrementalismo“, tanto per dirne una. Se non sei odiato, non sei amato. L’odio si nutre di aggressività e l’aggressività etimologicamente e psicologicamente è un avvicinamento all’altro, se non sei vicino non puoi lottare con l’avversario, l’odio avvicina, proprio come l’amore, l’indifferenza è la vera nemica di un blogger. Ora, io non sono Sartre, ma nel mio piccolo, piccolissimo spazio digitale, devo affinare le armi per difendermi dagli haters. Ho due blog, uno personale e uno “nazionale” su ilfattoquotidiano.it.

Gli haters mi hanno raggiunto anche nel mio blog personale che conta solo una cinquantina di iscritti. Bisogna distinguere ovviamente tra la sacrosanta critica negativa e l’odio vero e proprio. La critica è un esercizio di riflessione, è un pensiero, l’odio invece si manifesta come insulto gratuito, e tende ad etichettarti, a non darti scampo. Quindi l’odio genera una vicinanza cieca. L’odio è cieco, come l’amore. Ci si potrebbe domandare: perché esistono gli haters? che cosa li spinge ad odiare? Forse si sentono odiati a loro volta, si sentono presi in giro dal blogger, forse addirittura umiliati e reagiscono.

Questa è una reazione che capisco, anche se non la giustifico. Un’altra molla può essere la paura, la paura genera l’odio, la paura di vedere minate le proprie certezze, il proprio stile di vita e le proprie convinzioni. Si reagisce con odio per ribadire se stessi, l’immagine che ognuno si è costruito, per salvaguardare un simulacro di identità. Questa tipologia di haters genera in me una forma di compassione, come compatisco tutti quelli che si abbarbicano a certezze monolitiche, senza farsi sedurre dal brivido dell’ignoto. Analizzando più da vicino i miei haters, quelli che mi odiano, noto questo: non sopportano che io sia bello, intelligente, geniale e spiritoso! Invece di esultare, covano risentimento. Si chiedono: ma che diritto ha questo blogger narcisista di avere uno spazio pubblico? Magari lo pagano pure per le sue esternazioni personali e senza senso! Si chiedono: chi è questo qui?

Un mantenuto, un lavativo, e se ne vanta pure! Eppure questo blogger lavativo e narcisista dona se stesso ogni giorno agli altri, dona la sua vita, e non è pagato per questo, la sua vita è gratis, anzi: gratuita, come ogni vita. La presunzione, se c’è presunzione, è quella di considerare la propria vita qualcosa di interessante, qualcosa che valga la pena e il piacere di essere comunicata. Per me è così, e non potrebbe essere altrimenti.

Se non considerassi interessante la mia vita, mi sarei già strangolato. Per fortuna non ci sono solo gli haters, qualcuno mi segue con simpatia, altri mi scrivono persino che mi vogliono bene, come si vuole bene a un amico. Suscitare sentimenti contrastanti è interessante, o no? In fondo non faccio altro che dare importanza alla mia vita, quello che ognuno di noi dovrebbe fare, vivere è un’esperienza colossale che finisce in turbine lieve di polvere. Ma prima della polvere ci siamo noi, con i nostri difetti meravigliosi e i nostri antipatici pregi. E diciamolo: che colpa ne ho se sono così fico?