Diritti

Rebibbia, non esistono schemi per giudicare una detenuta che tenta di uccidere suo figlio

Mentre scriviamo la tragedia si è consumata da poco. Quasi nulla è chiaro. Tanto meno la fine, quel che tutti vorremmo sapere: ce la farà il figlioletto di due anni a sopravvivere? Per il fratellino di quattro mesi, purtroppo, non c’è più nulla da fare. Una donna di nazionalità tedesca, detenuta nel carcere femminile di Rebibbia a Roma, avrebbe scaraventato i suoi due figli dalle scale del reparto nido dell’istituto dove loro vivevano con lei. Sono 62 i bambini sotto i tre anni che in Italia abitano in una cella assieme alla loro madre detenuta. Tra questi, 16 stavano a Rebibbia con le loro 13 mamme.

Ancora quasi nulla è chiaro della tragedia di Rebibbia. Non è chiaro se la donna soffrisse di disturbi mentali, non è chiaro il motivo della disperazione che l’ha portata a un gesto irreparabile che toglie il fiato. Per noi che frequentiamo quel carcere con continuità c’è solo lo sgomento di quanto è successo. E la consapevolezza che di disperazione individuale si è trattato. Nessuna responsabilità si può attribuire all’istituto femminile di Rebibbia, un istituto gestito con saggezza e capacità da persone di grande umanità.

Si è provato in tanti modi a superare una situazione drammatica e innaturale. Bimbi che dovrebbero giocare nei parchi o stare tra i colori di un asilo circondati da amichetti costretti invece a dormire in una cella e fare l’ora d’aria in un giardinetto di pochi metri quadri. Ma non è facile. La scelta tra strappare una mamma a un bambino e strappargli la libertà non è affatto scontata. E non sempre è facile restituire parte della libertà a entrambi, quando la donna ha compiuto un reato. Ci si è provato con una legge del 2001, entrata in vigore simbolicamente l’8 di marzo, e poi ancora con una legge del 2011. Ma poco è cambiato rispetto a prima.

La legge cosiddetta Finocchiaro del 2001 introduceva una forma di detenzione domiciliare specifica per le detenute con figli di età inferiore ai dieci anni. Per accedervi, tuttavia, bisognava che il magistrato fosse convinto che la donna non avrebbe ripetuto il reato. E non molti magistrati in questi anni sono stati disposti ad assumersi una tale responsabilità. Inoltre, bisognava dimostrare di poter ripristinare la convivenza con il figlio. E non troppe donne detenute erano in queste condizioni.

Nel 2011, dunque, si è ritornati sulla normativa, disponendo tra le altre cose la creazione di case famiglia protette, strutture non detentive dove le donne prive di domicilio potevano andare a scontare questa forma di misura alternativa alla detenzione ordinaria. La legge, tuttavia, disponeva il principio astratto senza disporre uno strumento molto concreto ma necessario: i fondi per costruire le case famiglia protette. Ne demandava invece la realizzazione agli enti locali. I quali certo non navigavano nell’oro e ben poco hanno fatto nella direzione sperata.

I bambini sono rimasti dunque nelle carceri. Circa la metà di essi è oggi detenuta in Istituto a custodia attenuata per madri (Icam) , in condizioni penitenziarie più aperte ma comunque in un carcere. Non sono numeri elevatissimi, negli anni hanno sempre oscillato complessivamente attorno alle 50 o 60 unità. Proprio per questo si potrebbe affrontare ciascun caso come fosse un caso singolo. Per ognuno si potrebbe trovare una strategia amministrativa e legale per evitarne la detenzione. Ci vuole la volontà politica di farlo. Questo lo diciamo da anni e non è certo il terribile episodio romano a suggerircelo. Quanto a quest’ultimo, forse dovremmo solo fare silenzio e tenerci dentro il dolore di quanto accaduto.

Così come ogni suicidio dietro le mura del carcere, anche un gesto come questo è frutto di un dramma personale complesso che non va ridotto a schemi semplicistici. Siamo vicini alla direttrice, al comandante, alla vicedirettrice, alle educatrici, a tutto il personale del carcere di Rebibbia femminile che in questi anni abbiamo visto operare con entusiasmo, intelligenza e umanità.