Cronaca

Armi, ora in Italia averle è più facile. Vedova di una vittima: “Manca database condiviso tra polizia e reparti di psichiatria”

Luca Ceragioli e il collega Jan Frederik Hilmer sono stati uccisi nel 2010 alla Gifas Electric di Massarosa, in provincia di Lucca. A sparare è stato un collaboratore della società, che aveva già due tso alle spalle e altrettanti tentativi di suicidio. La moglie di una delle due vittime ora critica il decreto legge voluto da Salvini e dice: "Noi vittime di un pazzo ma anche di un sistema"

Otto anni fa, un uomo con due tso alle spalle e altrettanti tentativi di suicidio, ma ugualmente in possesso di un porto d’armi, sparò ai suoi ex datori di lavoro, Luca Ceragioli, 49 anni, e Jan Frederik Hilmer, 33, padre da 34 giorni, alla Gifas Electric di Massarosa, in provincia di Lucca. Nell’azienda di impiantistica i due erano rispettivamente direttore e responsabile amministrativo. L’uomo che li uccise con la stessa arma, si tolse la vita. Oggi che è più facile avere un’arma, grazie al nuovo decreto legge voluto da Matteo Salvini, Gabriella Neri, vedova di Luca Ceragioli, rabbrividisce. “Manca ancora un database incrociato tra i reparti di psichiatria e la polizia”, dice a ilfattoquotidiano.it.

La banca dati condivisa tra le questure e i reparti di psichiatria – Non c’è, infatti, una banca dati condivisa tra le questure e le aziende sanitarie. Un database in cui si confrontino i nomi di chi chiede, o ha già, l’idoneità per il porto d’armi, e chi è affetto da una malattia mentale o da segni di disturbi psico-comportamentali noti alle Asl. “Se una persona viene ricoverata in psichiatria per un tso, si potrebbe accedere immediatamente al database e, se ha un porto d’armi, gli viene ritirato. Attualmente non succede, perché nessuno comunica alla polizia se una persona viene ricoverata”, dice Neri, presidente di Ognivolta onlus, l’associazione che ha fondato all’indomani della strage insieme alle due figlie, Giulia e Claudia Ceragioli, rispettivamente classe 1990 e 1989, e alla vedova di Jan, Elisa Pierotti. Neppure i parenti potrebbero informare la polizia, visto che, con la nuova normativa, anche loro potrebbero essere all’oscuro delle armi. “Oggi non c’è più l’obbligo di comunicare ai familiari e ai conviventi che si detiene un’arma. E’ una cosa grave, pensiamo a tutti i femminicidi”, commenta Neri.

Dall’obbligo di responsabilità civile alla durata del porto d’armi: le richieste di Ogni volta onlus – Il nuovo decreto riduce da 6 anni a 5 la durata del porto d’armi per uso di caccia e sportivo. “Non basta. Chiediamo che venga portato a 3 anni. Lo so che, per i cacciatori, abbreviare i tempi per il rinnovo è una scocciatura. Ma in cinque anni ti può cambiare completamente la vita”, ricorda Neri. Tra i punti proposti da Ogni volta, c’è anche l’assicurazione obbligatoria per chi detiene un’arma: una polizza per la responsabilità civile per danni verso terzi. “Come quando prendi l’automobile” spiega la vedova. Il certificato di idoneità, ottenuto dal medico di famiglia, dovrebbe, secondo l’associazione, essere rilasciato invece da un collegio della Asl locale, composto anche da un medico psichiatra. Le armi per uso sportivo, infine, dovrebbero essere custodite al poligono o nelle sedi riconosciute dal Coni, e non tenute in casa.

Un disegno di legge, con queste modifiche, era stato fatto e pure discusso. Risaliva al 2013 e portava la firma delle senatrici Manuela Granaiola (allora Pd, poi Leu, fino allo scorso marzo) e Silvana Amati (Pd). Ma non passò e, col nuovo governo, cadde nel dimenticatoio. “Il disegno di legge intende colmare le lacune nelle procedure per il rilascio e il porto d’armi, che privilegiano la verifica dell’onorabilità del richiedente e trascurano l’attenta valutazione della sua salute psichica”, scrivevano le parlamentari nel 2013.

La strage del 23 luglio 2010 a Massarosa. La vedova: “Vittime di un pazzo ma anche di un sistema” – A distanza di otto anni, Gabriella non riesce neppure a nominare il nome dell’assassino di suo marito. “Questa persona era un ex rappresentante della Gifas, viveva a Pordenone. Luca gli era stato vicino anche quando aveva tentato il suicidio”, ricorda la donna. Insomma, le sue difficoltà psicologiche erano ben note nell’azienda di Massarosa, ma nessuno immaginava che questo ex collaboratore della Gifas, che viveva a centinaia di chilometri di distanza, possedesse un’arma da fuoco. “Questa persona aveva chiamato Luca dicendogli che voleva mettere su un’azienda nel campo dei materiali elettrici, e aveva bisogno di consigli. Luca, come sempre, era molto generoso e l’ha convocato. Era tornato la notte prima dalla Spagna, dov’era andato per lavoro. Era stanco, gli dissi di rimanere a casa quella mattina, ma lui mi disse che aveva un appuntamento importante. Era quello l’appuntamento”. Dopo la morte del marito, Gabriella non ha avuto giustizia in un’aula di tribunale. “Non c’è stato un processo perché questa persona, dopo aver commesso il fatto, si è suicidata”.

Il bridge, la montagna, i viaggi, i romanzi, il diploma da sommelier. Le due amatissime figlie, la moglie, con cui stava dal 1981, “io avevo 16 anni, lui 18”: Luca amava la sua vita. “La rabbia non se ne va, ma si trasforma, diventa una sfida”, dice oggi Gabriella. La sua sfida è cambiare la legge sul possesso di armi in Italia. Con iniziative di legge, mostre, incontri pubblici. Come quello che si terrà oggi, sabato 15 settembre, alle ore 16, al Museo della Marineria di Viareggio, con gli interventi, tra gli altri, del giornalista Stefano Iannaccone e del senatore del M5s Gianluca Ferrara. “Perché noi siamo stati vittime di un pazzo ma anche di un sistema”, conclude la donna.