Cinema

Gotti, film inguardabile e John Travolta non esiste più. Nemmeno Tarantino lo potrà risollevare

Il suo John J. Gotti nell’omonimo film di Kevin Connelly è una di quelle interpretazioni caricaturali montate addosso al già eccessivo personaggio storico di cui si ricorderanno il sovraccarico di trucco (in modo da recitare il padrino italoamericano sia negli anni settanta che nei novanta) e la smorfia perennemente incarognita in un lungo indistinguibile loop privo di direzione d’attori. Sfumature John, te le ricordi? C’è una decenza ad Hollywood, anche quando si esce dal giro che conta.

Bye Bye John Travolta. Dopo Gotti nemmeno Quentin Tarantino potrà risollevare la star che fu. Sempre che non si metta a saltellare quattro passi di Grease, Travolta non esiste più. Il suo John J. Gotti nell’omonimo film di Kevin Connelly è una di quelle interpretazioni caricaturali montate addosso al già eccessivo personaggio storico di cui si ricorderanno il sovraccarico di trucco (in modo da recitare il padrino italoamericano sia negli anni settanta che nei novanta) e la smorfia perennemente incarognita in un lungo indistinguibile loop privo di direzione d’attori. Sfumature John, te le ricordi? C’è una decenza ad Hollywood, anche quando si esce dal giro che conta.

D’accordo, Gotti è un filmaccio. Un patchwork di roboanti echi padrineschi, di epica scorsesiana d’accatto, d’improbabili e goffe relazioni affettive padre/figlio. Però si poteva pure rifiutare. Chi te l’ha fatto fare John? Forse è questa l’ “offerta a cui non potrai dire di no” che la tagline del film offre al pubblico italiano? Gotti è un film inguardabile. Inizia con Travolta/Gotti che sullo sfondo del ponte di Brooklyn, nemmeno fosse Manhattan di Allen, parla in camera (ritornerà alla fine, tranquilli). Fa lo spaccone. La butta sul colloquiale. Io sono il boss che esce dalla storia di sangue, morte e violenza e vi parlo (vi ricorda qualcuno? Copioni!). Dopodiché si prova a mettere insieme una storia, una linea narrativa credibile e sostenibile. Invece è uno zompettare temporale tra la prigionia finale e fatale del mafioso e l’origine del suo potere.

Un doppio, triplo Travolta con ghiaccio (per tenere in fresca la salma). Non esistendo uno sguardo di regia e un’idea di cinema che una, Gotti avanza claudicante con il fascino di un mob movie grondante cliché, con il passo lento, concreto e materiale sul marciapiede, dei Soprano (cartello per il pubblico: “Risate finte”), affastellato su continue indistinguibili riunioni tra membri dei clan come fosse un’involontaria parodia di un qualsiasi grande titolo degli ultimi Kitano. Quando si supera la metà del minutaggio ti accorgi poi di un inquietante messaggio subliminale che il film trasmette: in fondo Gotti era amatissimo dai vicini di quartiere, con lui nelle strade non c’era delinquenza ma ordine. Il tutto filtrato da interviste autentiche tratte dei notiziari anni novanta. Insomma, oltre al danno pure la beffa. Travolta è così al centro di questo imbarazzante coacervo di banalità, in cui sembra sguazzarci senza accorgersi del suo deciso inabissarsi. Guardate la camminata in ospedale al capezzale del figlio moribondo e diteci se non vi viene da sghignazzare. Va bene, un Vincent Vega non capita tutti i giorni, ma Travolta nel 2018 non vale un nemmeno un unghia del James di Senti chi parla. E abbiamo detto tutto.