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Chicago 1968, 50 anni fa la Convention democratica che cambiò il mondo

Durante la Convention di Chicago, fine agosto di 50 anni fa, decine di migliaia di contestatori che chiedevano la fine della guerra in Vietnam si scontrarono in strada con la polizia, mentre il Partito Democratico si spaccava sul conflitto. La corrente guidata da Eugene McCarthy – il candidato anti-guerra che da ragazzi avevamo conosciuto in Europa grazie a “Viva la Gente” – sfidava l’establishment che sosteneva l’impegno bellico in Estremo Oriente.

Mentre il dibattito si scaldava, gli scontri arrivarono fino nella hall della Convention e furono picchiati perfino alcuni delegati e parecchi giornalisti. Alla fine di un duro confronto prevalse la linea dello status quo, la continuità con la presidenza Johnson. Il suo paladino, il vicepresidente Hubert Humphrey, ottenne la nomina di candidato anti-Nixon.

Molti sono convinti (a ragione) che quanto accadde a Chicago danneggiò il partito, alimentando le divisioni e agevolando l’elezione di Richard Nixon in novembre; e ritengono che, bocciando Humphrey, la nazione ripudiò non solo il radicalismo, ma anche il liberalismo. Ma dimenticano che la sinistra moderata, nel liquidare le posizioni dei progressisti e dei pacifisti per il loro estremismo, liquidò anche gli ideali di libertà e uguaglianza che, poco a poco, sono scomparsi del tutto dall’agenda politica dei democratici in tutto il mondo.

Era un agosto particolare, i Beatles avevano appena lanciato l’etichetta Apple Records nonostante i mal di pancia di Ringo Starr; e in tutti gli Stati Uniti le rivolte anti-razziste erano all’ordine del giorno. Il giorno 20 la Cecoslovacchia era stata invasa da 200mila soldati russi e altri drammatici eventi – l’offensiva nord-vietnamita del Tet tra gennaio e marzo, l’occupazione della Columbia University in aprile, l’assassinio di Martin Luther King Jr. ancora in aprile e di Bobby Kennedy a giugno – avevano aperto ferite ancora sanguinanti. La conta dei caduti americani aveva raggiunto quota 20mila; e, proprio allora, ci si accorse che gli Stati Uniti avevano sganciato sull’Indocina più bombe di quante ne avevano lanciato tutti i belligeranti durante la Seconda guerra mondiale.

Da allora gli elettori bianchi hanno abbandonato il Partito Democratico. Come ha scritto Luis Menand sul The New Yorker, nel 1968 “Humphrey ebbe il 38% del voto bianco. Nel 1972, George McGovern ottenne il 32%. Nel 1980, Jimmy Carter, un meridionale bianco, il 36%. Nel 2016, Hillary Clinton […] ha ricevuto il 37%“. Anche quando ha vinto, con Clinton e Obama, il voto bianco è andato in larga maggioranza al candidato avverso.

In realtà, la campagna elettorale di Trump ha impiegato molti degli argomenti chiave che Bernie Sanders aveva usato durante le primarie, dove fu sconfitto soltanto dal voto dell’establishment del suo partito. Per poi dimenticarsene una volta al potere. Forse pensando a questa vicenda, Menand aggiunge: “Nel 1968, gli americani hanno eletto un uomo con un po’ di buon senso ma senza principi. Nel 2016, hanno eletto un uomo con nessuno di queste due qualità”.

Norman Mailer aveva notato che lo Stato che, durante la Convention, aveva messo Humphrey in pole position – la Pennsylvania – era lo stesso dove McCarthy aveva preso il 90% alle primarie. Era lo scrittore forse più controverso dell’epoca, colui che che si definiva “un conservatore di sinistra” e, considerando la guerra del Vietnam una compensazione della nevrosi americana, si era messo alla testa della marcia pacifista sul Pentagono dell’anno prima.

Pochi eventi come la Convention di Chicago, la madre di tutte le Convention democratiche, hanno avuto tanto peso nell’indirizzare il futuro politico del pianeta. Assieme alla delusione post-Sessantotto in Europa, quell’evento ha determinato, a lungo termine, un profondo distacco dalla politica da parte della parte più sensibile e consapevole dei baby-boomers.