Politica

Governo Conte, perché è importante un Ministero per il Sud

In molti mi hanno chiesto di esprimermi sull’attribuzione del Ministero per il Sud alla parlamentare leccese Barbara Lezzi, che ho ascoltato in più occasioni. Un Ministero per il Sud per la senatrice leccese, come l’attribuzione della presidenza del Consiglio al prof. Giuseppe Conte, anch’egli pugliese, sono due dati interessanti, senza ombra di dubbio. Il primo, perché, dalla scomparsa della parola “Mezzogiorno” dal testo della nostra Costituzione, con la riforma del Titolo V, il Sud è anche sparito dall’agenda politico-economica nazionale. Che rientri in gioco attraverso un ministero è interessante, senza dubbio.

Dei disastrosi effetti delle politiche degli ultimi venti anni è d’altronde piena la letteratura. Come insegna la nostra storia, se non si coinvolge il Mezzogiorno nelle politiche di sviluppo del Paese, tutta l’Italia affonda. Le fantasiose teorie sulle “locomotive” e i “localismi virtuosi” hanno dimostrato, a spese nostre, la propria insussistenza. Quali, dunque, le priorità? Su questo punto ho sentito giorni fa il prof. Forges Davanzati e ne è scaturita una interessante intervista.

Quanto alle origini foggiane del prof. Conte, l’ultimo premier pugliese, Aldo Moro, aveva ben chiara la necessità di coinvolgere il Mezzogiorno nelle politiche industriali nazionali. Egli fu un meridionalista nei fatti, insomma, più che nelle parole. E tanto più lo fu, quanto più rese manifesta la propria devozione per la Repubblica e la Costituzione. Ma si può essere ricordati come grandi meridionalisti, a prescindere dai natali. Così, ricordiamo figure illustri come il torinese Carlo Levi, autore del celeberrimo Cristo si è fermato a Eboli, tra i pochissimi a difendere il poeta sindaco Rocco Scotellaro, lucano di Tricarico, aggredito con false accuse proprio sul suo territorio, per bieche manovre di potere.

Inutile a dirsi, il banco di prova di questo governo saranno gli atti che farà. Perciò, per quanto possibile, ed è dura, occorre tenere a freno i pregiudizi nei riguardi di una forza politica come la Lega, che ha avallato le politiche dei tagli berlusconiani, essendo, per lustri interi, fido alleato di governo del leader di Arcore. Che era al governo quando la Legge Obiettivo faceva la sua magra figura. Alla Lega, oggi, si affida il Ministero agli Affari Regionali.

Trovo invero difficile una composizione di interessi tra la necessità di praticare una necessaria e coraggiosa soluzione di continuità rispetto alle politiche di abbandono del Mezzogiorno (Svimez, un paio di anni fa, parlava di “desertificazione”, a buon diritto) e l’intenzione tutta leghista di proseguire con il progetto delle autonomie fiscali di poche regioni attualmente più ricche: frutto, invece, di una visione particolaristica e oltremodo semplificata degli equilibri che reggono un’economia avanzata. Quale sarà, di questi due ministeri, l’agibilità politica? Quali le priorità? Ci vorranno doti di equilibrismo di tutto rispetto.

Oggi non ha più senso parlare di Nord e Sud come di categorie contrapposte, bensì occorrerebbe pensare alle anime territoriali d’Italia come a bacini di risorse eterogenei da valorizzare per un nuovo progetto condiviso di sviluppo. Il tutto, ben s’intenda, in un contesto comunitario, non certo di opposti campanilismi da comporre alla bell’e meglio. Come tutti gli italiani avranno potuto tristemente percepire, è ormai tutto il paese a subire l’onta dei pregiudizi di alcuni burocrati europei. Non più solo il Sud. Si rileggano le dichiarazioni di Juncker e Oettinger, a tal proposito. Oggi si rischia di diventare i paria d’Europa. E quando nasce un pregiudizio, scardinarlo è dura. Noi meridionali ne sappiamo qualcosa. Per riuscirci, bisogna essere seri e credibili. Ad esempio, il governo potrebbe affrontare il nodo gordiano delle mafie e della corruzione e presentare ai partner europei non solo volti nuovi, ma la testimonianza di uno sforzo serio di cambiamento.

Nel frattempo, non si corra il rischio di voler buttare al macero il più grande risultato conseguito dal secondo dopoguerra in poi, il cammino verso l’integrazione europea, per un capriccio, per miopia o per ignoranza. Occorre rivedere le politiche di austerity, senz’altro, magari pretendendo di estendere il concetto di “debito virtuoso”: non solo, quindi, i miliardi per gli strumenti Salva-Stati, ma anche per la soluzione dei nostri nodi irrisolti e irrisolvibili allo stato, come i deficit infrastrutturali, Ilva, il crollo degli investimenti in università e ricerca. Fondamentali, questi ultimi, per trainare lo sviluppo dei Paesi. Occorre rilanciare il dialogo tra università e tessuto produttivo per fare dell’innovazione tecnologica il fulcro del cambiamento veramente necessario. Sommessamente ricordo che molti miliardi del famoso Masterplan per il Sud non saranno spendibili se non terremo fede agli impegni assunti dall’Italia di fronte alla Ue. Si tratta di circa 17,5 miliardi, secondo Andrea Del Monaco. Per questo i rapporti con i partner europei richiedono serietà e ponderazione. Perché chi ha tutto da perderci non sono solo le banche e gli investitori, come dicono certi faciloni, ma tutti gli Italiani che pagano le tasse e lavorano.

Come recita l’art. 117 della nostra Costituzione, “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie” e,  alla lettera m, si parla di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Ecco, quello che auguro al Ministro per il Sud, è di cominciare a concretizzare questa aspirazione costituzionale. Spero che non si continui a vedere lo sfacelo delle migrazioni di giovani e malati dalle regioni del Sud per palese incapacità di offrire, nelle regioni più povere, gli stessi livelli di prestazioni offerti nelle regioni del Nord.

Auguro all’Italia, che proprio ieri ha festeggiato la propria istituzione repubblicana, che il cambiamento non sia un atto meramente simbolico. E lancio una provocazione: in luogo della vecchia naja, al compimento dei diciotto anni, bisognerebbe dotare i giovani maggiorenni di un contributo, per uno o due anni, per assicurar loro di per poter viaggiare e risiedere in almeno tre Paesi Ue, su base volontaria. Per studiare o lavorare. Per imparare le lingue. Per diventare più compiutamente cittadini europei. Solo così sarà possibile estendere e intendere l’importanza dell’integrazione europea.