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Africa, “prestiti e sovvenzioni dalla Cina”: possibile inclusione dello yuan nelle riserve valutarie di 14 Paesi

La discussione avviata in Zimbabwe, in un forum dedicato all'economia globale e ai suoi effetti sul continente. Primo partner commerciale di oltre 130 paesi, dal 2000 a oggi Pechino ha incrementato le transazioni con il continente a un ritmo del 20% l'anno

Le banche centrali di 14 paesi africani si incontrano quest’oggi e domani ad Harare, la capitale dello Zimbabwe, per discutere la possibile inclusione dello yuan nelle riserve valutarie della regione. Lo rivela l’agenzia di stampa statale Xinhua citando un comunicato del Macroeconomic and Financial Management Institute of Eastern and Southern Africa (Memfi), secondo il quale parteciperanno complessivamente diciassette funzionari tra vice governatori e segretari permanenti. Il forum, che coinvolge anche una delegazione dell’African Development Bank, verterà prevalentemente sul rallentamento dell’economia globale e i suoi effetti sul continente.

“La maggior parte dei paesi della regione Memfi ha ricevuto prestiti o sovvenzioni dalla Cina e pertanto sarebbe solo economicamente più conveniente ripagare in renminbi [yuan]”, ha spiegato Gladys Siwela-Jadagu, portavoce del Memfi, che include tra i suoi membri Angola, Botswana, Burundi, Kenya, Lesotho, Malawi, Mozambico, Namibia, Rwanda, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe, “questo è il motivo per cui è fondamentale che i politici definiscano strategicamente i progressi compiuti dal continente nell’abbracciare lo yuan cinese, diventato ormai quello che potremmo definire una ‘moneta comune’ nel commercio con l’Africa”.

Primo partner commerciale di oltre 130 paesi, dal 2000 a oggi la Cina ha incrementato le transazioni con il continente a un ritmo del 20% l’anno (toccando i 188 miliardi di dollari nel 2015), secondo un recente rapporto di McKinsey & Company, che contestualmente pone l’aumento annuo degli investimenti diretti nella regione al 40%. Negli ultimi anni Pechino ha partecipato finanziariamente – in maniera parziale o totale – a tre dei progetti infrastrutturali più imponenti dell’Africa orientale: la diga della Grande Rinascita in Etiopia (4,1 miliardi); la ferrovia Mombasa-Nairobi (3,8 miliardi); e l’impianto idroelettrico di Karuma, in Uganda (2,2 miliardi).

Come riscontrato in Asia e Sud America, l’assertività economica del gigante asiatico nel continente si è tradotta in un presenzialismo politico e militare, che ha visto l’istituzione della prima base cinese oltremare a Gibuti e un progressivo pressing diplomatico costato a Taiwan l’abbandono da parte di due tra i suoi più longevi “alleati” africani, Sao Tome e Principe e il Burkina Faso. Addirittura, secondo un’inchiesta di Le Monde, dal 2012 la Cina avrebbe controllo diretto sul continente attraverso attività di spionaggio condotte nel quartier generale dell’Unione africana ad Addis Ababa.

Ma quel che preoccupa di più gli osservatori internazionali – e gli Stati Uniti, surclassati nel 2009 come primo partner regionale – è l’ammontare del debito accumulato dai paesi target della cosiddetta Nuova Via della Seta, la cintura economica che collega Asia, Europa e Africa. Stando al Center for Global Development, Gibuti è tra gli otto stati in cui l’esposizione debitoria ha riportato la crescita più repentina. Mentre non tutti concordano sull’impatto nefasto dei prestiti cinesi nel continente (così come sui ben documentati benefici), in tempi recenti la sudditanza economica degli stati africani si è già rivelata una preziosa moneta di scambio. Nel 2015, lo Zimbabwe ha ottenuto un alleggerimento del proprio debito per un importo pari a 40 milioni di dollari dopo aver accettato di riconoscere lo yuan valuta legale nelle transazioni pubbliche.

Nell’ultimo anno il graduale allentamento sul movimento dei capitali e la conseguente stabilizzazione del renminbi hanno dato nuovo vigore al processo di internazionalizzazione della valuta cinese, considerato dalla leadership comunista funzionale alla “grande rinascita della Nazione” sul proscenio mondiale.

Un simbolico balzo in avanti è stato compiuto nel 2016, quando il Fmi ha deciso di includere lo yuan nei diritti speciali di prelievo, unità di conto il cui valore è ricavato da un paniere di valute nazionali. Ciononostante, secondo gli ultimi dati disponibili, nel terzo trimestre del 2017 solo l’1% delle riserve valutarie risultava in renminbi, rispetto al 63,5% del biglietto verde e il 20,4% dell’euro. L’ultimo anno è stato tuttavia foriero di considerevoli passi avanti; non solo per la lunga marcia del Dragone nei mercati emergenti. Lo scorso giugno la banca centrale europea ha proceduto a convertire in yuan riserve in dollari per un importo pari a 500 milioni di euro, mentre a gennaio la Bundesbank ha aggiunto per la prima volta il renminbi ai propri depositi in moneta straniera.