Politica

Governo M5s-Lega, faremo i Conte con l’Europa?

Dopo il conte abbiamo il Conte. Complice un viaggio sono indietro almeno di una richiesta di scuse. Quella a Matteo Salvini. Non pensavo, non credevo, che avrebbe avuto la forza di mettere in soffitta il Caimano. Siccome l’avevo scritto, riconosco l’errore.

Le prime parole di Giuseppe Conte all’uscita dallo studio alla Vetrata hanno immediatamente riproposto la formidabile domanda ideata da Alberto Bagnai, e poi ripresa da Claudio Borghi, nel corso della lunga marcia che li ha portati ad essere gli economisti di riferimento della Lega. “E se ci dicono di no?” Con queste poche parole hanno demolito tutte le subordinate europeiste, via via sempre più blande, che quel poco di sinistra critica nella accademia e nella politica osava opporre al dogma ideato a Berlino e Francoforte e promulgato da Bruxelles, “un’altra Europa è possibile”.

Basta chiedere a Stefano Fassina o agli eletti della lista Tsipras, o ai firmatari dei tanti documenti degli economisti se negli ultimi dieci anni sia stata possibile. Gli italiani il loro responso lo hanno dato già il 4 marzo. Per evitare di farci dire di no, i nostri rappresentanti, che partivano col pugno di ferro da scaraventare sul tavolo, hanno poi sempre firmato con guanti di velluto ogni successivo giro della corda.

Articolo 81, two pack, six pack, clausole di salvaguardia e via aggiungendo. I firmatari sono gli stessi che in questi giorni hanno toccato vertici inverosimili di, trovate voi la parola, perché vorrei evitare querele. Tipo Pier Carlo Padoan che accusa Borghi di aver fatto perdere l’8% in una seduta a Monte Paschi, mentre durante la sua gestione del ministero dell’economia è crollata del 99%. Oppure gli esperti di spending review che azzardano per il contratto gialloverde aumenti del deficit di 100 o 150 miliardi, cioè esattamente gli stessi aumenti registrati sotto i governi Monti o Renzi, tagliando spese e diritti e non provando a fare deficit spending come vorrebbero fare Salvini e Di Maio. Ma questi sono dettagli.

Il punto resta sempre quello. Lo abbiamo visto in questi giorni, tra spread, borse e Savona. Quel programma che contiene cose orrende dal punto di vista securitario, cose molto discutibili come lo pseudo reddito di cittadinanza che Bagnai soprannominava, giustamente, reddito della gleba perché è un sussidio di disoccupazione condizionato all’accettazione di un lavoro che, ovviamente, verrà retribuito due spicci in più dei 780 euro, insensate come la flat tax che, come ogni abbassamento della pressione fiscale ovunque realizzato, ha come prima vittima i servizi statali e il welfare che il contratto vuole rilanciare, quel programma ha bisogno di risorse e tante.

E per quanto Salvini dica, correttamente, che si punta a finanziarlo con la crescita economica, in attesa della crescita bisogna finanziarlo keynesianamente a debito. E sarebbe anche ora. Se non fosse che, nel giro di dodici mesi, ci sono tre o quattro problemi. La fine del quantitative easing di Francoforte, la fine dell’era Draghi, un probabile deterioramento del ciclo economico. E il fatto che ci possono dire di no. Mattarella, grazie all’articolo 81, e Bruxelles in ogni modo possibile. Come sa Conte (Antonio), un conto è vincere lo scudetto tutti gli anni, un conto la Champions. Per cui l’ossimoro di Conte (Giuseppe) la collocazione europea e gli interessi italiani rischia di arrivare prestissimo ai cartellini gialli e rossi e ai rigori, Var o non Var. Per cui la domanda resta più grande e misteriosa di prima. E se vi dicono di no?