Musica

Eat the elephant, gli A perfect circle sono tornati. E ci siamo cascati tutti

Tre settimane credo siano un tempo onesto da prendersi per ascoltare ed elaborare uno dei dischi più attesi degli ultimi anni. La storia degli A perfect circle comincia invece ben prima, quando anni e anni fa Billy Howerdel (un intraprendente e onesto guitar technician) intercetta un giovane ma già affermato Maynard James Keenan (cantante dei Tool) per sottoporre alla sua attenzione alcune demo. I due, subito d’amore e d’accordo, danno vita a un sodalizio musicale importante ma ahinoi (complici sopratutto gli impegni molteplici di Keenan) molto poco prolifico.

Così a 14 anni dall’ultimo eMOTIVe, anticipato da una sequela di singoli di rara bellezza, arriva ai giorni nostri questo nuovo Eat the elephant: che degli A perfect circle è la quarta fatica in studio totale in 20 anni (quasi) di attività. L’attesa è tanta, specie perché alla combo fenomenale di cui sopra si aggiunge per la prima volta il contributo pure di James Iha degli Smashing Pumpkins, che più che quelli del songwriter veste qui gli abiti dell’acquisto di lusso a parametro zero: dato che il suo contributo su disco si limita ai credits in fondo al booklet.

Nell’eterna lotta che ha visto gli A perfect circle (anni fa) sciogliersi per poi riformarsi dando quindi vita a un dibattito – pressoché eterno – sulla nuova direzione musicale da intraprendere, non potendo certo dire che la montagna ha qui partorito il topolino diciamo piuttosto che Eat the elephant è un disco sì bello, ma di una bellezza onesta: che sembrava puzzare di capolavoro solo perché l’attesa in questo lo aveva trasformato.

Gli A perfect circle (così come per altri versi i Tool) si fanno ambasciatori (pur senza volerlo) di quel che rimane di un certo rock alternativo che dalla metà degli anni Novanta in poi è andato pian piano trasformandosi in altro, lasciando a personalità come Keenan l’onere e l’onore di raccoglierne le briciole distribuendole centellinate a una folla che a cospetto è sterminata. Le menate e la poliedricità di Josh Freese alla batteria (che per non saper né leggere né scrivere nel frattempo se ne era andato a suonare, fisso, con Sting) hanno lasciato spazio a un labor limae in alcuni frangenti un po’ stucchevole, compensato dal tenore e dalla profondità di testi mai banali più la capacità di Howerdel di recuperare atmosfera e con la sua chitarra e districandosi tra gli altri strumenti. Difficile andare troppo oltre quanto già sapevamo, con i singoli estratti The doomed, Disillusioned, TalkTalk e So long, and thanks for all the fish affiancati da un altro paio di brani di valore (The contrarian, delicious saltando invece a piè pari la nuova versione di By and down divenuta ora By and down the river) per un album che è sicuramente tra i più riusciti (nel genere) tra quelli pubblicati in questa metà di 2018 ma che più che all’otto tende al sette.

L’impressione è che in mancanza di molto altro ci si aggrappi ognuno alle proprie certezze: quasi a non voler vedere l’ora di sperticarsi in paragoni impropri senza considerare che, comunque la si metta, gli A perfect circle rimangono un buon gruppo e non avrebbero smesso di esserlo pure senza Eat the elephant. Un compromesso ben riuscito tra due personalità forti, che soffrono però dei loro limiti e dei loro impegni, trascinando tutti noi in questa sorta di role playing nel quale spesso i rumor e le indiscrezioni sovrastano la musica: prova ne è il fatto che complice il crollo, ormai sistemico, delle vendite siano entrati alla posizione numero sette dei dischi più venduti nel nostro Paese e l’unica data, inizialmente prevista sempre in Italia, avrà a dicembre non uno ma ben due seguiti. Ci siamo cascati tutti.