Politica

Di Maio-Salvini, arriva il governo merendina

A questo punto, sempre che il nostro Paese non venga colpito da un asteroide o sepolto da una mega merendina piovuta dal cielo, si direbbe proprio che i ragazzini ridanciani Matteo Salvini e Luigi Di Maio ce l’abbiano fatta: finalmente avranno a disposizione un governo “che possa coniugare leggerezza e golosità”. Il risultato dei loro bluff, sinergici con quello del presidente Sergio Mattarella: l’ipotesi di un voto in pieno luglio e la promessa di un governo balneare variamente rinominato (neutrale, di servizio, responsabile, di transizione) per rivestire da trovata innovativa vecchi marchingegni democristiani.

Così lo scaltro Berlusconi veniva piegato dallo sbandieramento di nuove elezioni palesemente destinate a falcidiare Forza Italia, Matteo Renzi e i suoi boccaloni scoprivano piacevolmente che non era sfumata la possibilità di restarsene indisturbati all’opposizione, dove impegnarsi tranquillamente nel gioco degli sgambetti reciproci e le gare di playstation.

Tutti i peones parlamentari adesso possono tirare un sospiro di sollievo, avendo ricevuto conferma che ormai le loro lucrose poltrone non corrono più rischi.

Cosa poi farà siffatto governo è tutto un altro discorso. Anche se gli ultimi 60 giorni, dilapidati nel più puro cazzeggio politico fine a se stesso, ci hanno anticipato quanto ci si possa attendere dalla strana coppia con in mano la cloche di questa Italia disperatamente bisognosa di un new deal, un nuovo corso politico: Salvini proseguirà nell’opera di smembramento del campo berlusconiano e dello stesso titolare, fino al totale assorbimento del suo capitale elettorale; Di Maio, ritornando nella sua Pomigliano D’Arco, potrà rivivere il brivido gratificante di antichi ossequi baronali riservati all’eccellentissimo primo ministro.

In altre parole, le campagne di conquista del padano, l’apoteosi d’immagine per il campano. Narcisismi speculari. Niente che abbia minimamente a vedere con una qualche strategia politica.

D’altro canto i pur vaghissimi contenuti di cui entrambi sono promotori (e i loro rispettivi riferimenti) lasciano facilmente prevedere che il cocktail in preparazione è destinato a trasformarsi non certo in un blend ben miscelato, quanto un’instabile (e imbevibile) emulsione. Di fatti come riuscire a combinare la flat tax, questa riproposizione sotto mutate vesti della demenziale reaganomic che pretendeva di risolvere la crisi fiscale dello Stato esentando i più ricchi dal pagare le tasse, con un malinteso reddito di cittadinanza che imbolsisce l’idea di welfare universale in una sorta di sussidio alla disoccupazione? Come si conciliano le (pen)ultime frequentazioni di Luigi Di Maio con gli establishment finanziari della city o di Bruxelles (prima ancora che con le sparate del metereolabile Beppe Grillo sull’euro) con le frequentazioni amicali lepeniste di Matteo Salvini? La scelta occidentale dell’uno e il sospetto (a detta di taluno) di finanziamenti putiniani per l’altro?

Posizioni praticate in palesi modalità da dilettanti allo sbaraglio, mentre il Paese non è per niente uscito dalla crisi. Di cui gli alti tassi di precariato e disoccupazione danno ennesima conferma, mentre il capitale straniero continua a fare incetta delle ultime imprese competitive presenti nell’asfittico tessuto industriale nostrano. C’è qualcosa che lorsignori hanno lasciato intravedere tale da illuderci che i problemi strutturali in cui siamo immersi trovino nelle loro testoline ambiziose un qualche barlume di soluzione preliminare?

D’altro canto sarebbe facile osservare come a fronte di questi sconclusionati in carriera non si presenti soluzione di rimpiazzo alcuna. Il vuoto che producono con la loro presenza i Renzi come gli antagonisti interni del Pd, i vari LeU, gli emarginati Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. E niente si scorge all’orizzonte, se non l’agitarsi del “MasanielloLuigi De Magistris in compagnia dell’esotico Gianīs Varoufakīs.

Dobbiamo sperare in Federico Pizzarotti e nel suo pool di sindaci di provincia a scimmiottare l’Ada Colau alcaldesa di Barcellona? Oppure emigrare in Portogallo? Lì almeno c’è un ex sindaco diventato premier che sta dando qualche segno di vitalità politica.