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La doppia vita di David Buckel, tra difesa dell’ambiente e diritti civili

Sabato 14 aprile, alle 6:30 del mattino, David Buckel si è suicidato nel Prospect park di Brooklyn, dandosi fuoco dopo essersi cosparso di benzina. Le ragioni di questa uscita di scena così drammatica – da molti paragonata alle autoimmolazioni dei monaci buddisti durante la guerra del Vietnam – sono state affidate da Buckel stesso ad alcune mail spedite alle maggiori testate Usa, nonché a un biglietto manoscritto trovato in un carrello (assieme ad alcuni effetti personali) vicino al luogo del decesso.

Il combustibile che ha consumato il corpo di Buckel vorrebbe essere una specie di sineddoche per tutti i derivati del petrolio che ammorbano il pianeta e il suicidio dell’uomo un simbolo dell’autodistruzione perpetrata dalla nostra specie. Buckel ha avuto, in realtà, due vite. La seconda, da ambientalista, ha segnato anche la sua morte che – nonostante tutte le motivazioni addotte – rimane in larga parte insondabile. La prima, da attivista Lgbt, ha contribuito a dei progressi fondamentali nell’ambito dei diritti civili.

La storia di Buckel è fatta di vicende giudiziarie che lo portano alla ribalta delle cronache nel 1996 quando (in qualità di presidente della Lambda Legal) decide di assistere il giovane Jamie Nabozny nel processo contro Mary Podlezny, la preside della scuola media di Ashland (Wisconsin) che – a seguito di ripetuti episodi di bullismo omofobico – si era sistematicamente rifiutata di prendere provvedimenti disciplinari nei confronti degli aguzzini. Nabozny, acclarata l’avvenuta violazione dei suoi più fondamentali diritti costituzionali, ottenne un risarcimento di poco inferiore al milione di dollari.

Quattro anni dopo, nel 2000, Buckel patrocinò il caso “Brandon contro la contea di Richardson” (località del ruralissimo Nebraska). I prodromi della vicenda giudiziaria sono noti al grande pubblico grazie al bellissimo film Boys Don’t Cry che ricostruisce la vita e l’omicidio del giovane transgender Teena Brandon. Buckel perorò e vinse la causa della madre del ragazzo, assicurando che la provata negligenza dello sceriffo della contea nel vigilare sulla sicurezza di Teena, fosse pienamente sanzionata.

Infine, nel 2006, Buckel ottenne un’altra storica vittoria nel caso “Lewis contro Harris” che vide sette coppie dello stesso sesso citare in giudizio lo stato del New Jersey per l’uso discriminatorio del termine/istituto “civil union” rispetto a quello di “marriage”, in un momento in cui l’adozione dello statuto matrimoniale per le coppie gay era ancora affidato alla discrezione dei singoli stati.

Questi tre processi (per ragioni diverse) hanno fatto storia e la giurisprudenza scaturitane ha spianato la strada a innumerevoli, successive azioni legali.

Nello specifico, il caso del 2006 ha favorito l’esito di tutta un’altra serie di processi riguardanti lo statuto discriminatorio delle “civil unions” ma, soprattutto, ha dato il segno tangibile di come l’aria stesse cambiando e l’opinione del pubblico americano si stesse spostando verso una solida maggioranza a favore del matrimonio egualitario. La strategia processuale adottata per il caso Nabozny-Podlezny è parimenti entrata negli annali della giurisprudenza americana, dimostrando come la mancata capacità o volontà da parte di una dirigenza scolastica di sanzionare disciplinarmente episodi di bullismo costituisca una violazione del 14° emendamento, il quale sancisce il diritto alla “equal protection” e al “due process”.

Questo fu David Buckel. Visionario (forse) anche nell’orchestrare una fine tanto simbolica quanto, paradossalmente, incomprensibile. Di lui, ci mancheranno l’autentica sete di giustizia e l’incrollabile fede nella promessa contenuta nella Costituzione poiché, come ebbe a dire Barthold Georg Niebuhr: la capacità dell’uomo di essere giusto rende la democrazia possibile, ma il suo essere incline all’ingiustizia, rende la democrazia necessaria.