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Tim, il fondo Elliott ha più del 5% e accusa Vivendi di conflitto di interessi. I francesi: “Vuole destabilizzare”

Secondo il fondo, la strategia di Bollorè danneggia gli azionisti di minoranza e ha condizionato pesantemente le relazioni del gruppo con le istituzioni italiane. Ora il nuovo socio punta a riportare l'orologio indietro al dicembre 2015, quando il finanziere bretone bloccò la conversione delle azioni di risparmio

Il fondo Elliott accusa Vivendi di essere in conflitto d’interesse nel caso Telecom Italia (Tim) per via dello scontro in atto fra Vivendi e Mediaset su Premium. Da Parigi, il gruppo guidato da Vincent Bolloré si chiede perché mai dovrebbe tener conto delle osservazioni “di un fondo avvoltoio, ben noto per le sue iniziative di breve respiro e che detiene il 3% delle azioni Telecom più altri strumenti finanziari non ben identificati”. Con questo duro botta e risposta entra nel vivo la guerra fra il fondo, finanziatore dei cinesi che hanno comprato il Milan da Silvio Berlusconi, e il gruppo francese guidato da Bollorè, socio di Telecom Italia e di Mediaset. Ma il redde rationem ci sarà solo il 24 aprile data in cui si terrà l’assemblea della compagnia telefonica.

Intanto Elliott, che ha in mano più del 5% di Telecom, ha deciso di spiegare le sue ragioni attraverso il sito Transformingtim.com. Nella pagina web, la società statunitense precisa come Telecom abbia “un posizionamento unico sul mercato italiano” e, con un’adeguata gestione, possa tornare a creare valore per i soci “fornendo nel contempo un servizio pubblico vitale e di alta qualità”. Per questa ragione, il gruppo del miliardario americano Paul Singer ha deciso di chiedere all’assemblea dei soci la revoca di sei amministratori di espressione dell’azionista francese: Arnaud de Puyfontaine, Hervé Philippe, Frédéric Crépin, Giuseppe Recchi, Félicité Herzog e Anna Jones. Al loro posto, Elliott gradirebbe Fulvio Conti, manager vicino a Silvio Berlusconi che lo volle ai vertici dell’Enel nel 2005, e l’ex direttore di Tim Rocco Sabelli, che venne chiamato dal leader di Arcore al capezzale dell’Alitalia. E poi ancora il direttore generale di Salini Impregilo, Massimo Ferrari, l’economista Paola Giannotti De Ponti, il commissario Alitalia Luigi Gubitosi e il banchiere Dante Roscini. Tuttavia, contesta una nota Vivendi, “non è affatto detto che il progetto di smantellamento e di destabilizzazione dell’equipe – di Telecom – creerà valore mentre il piano industriale di Amos Genish, appena nominato e con una competenza internazionale riconosciuta, è solido e promettente”.

Secondo quanto scrive Elliott nella lettera ai soci, le cose starebbero diversamente: il rinnovo del consiglio con i nomi indicati dal fondo impedirebbe al gruppo francese di fare il bello e il cattivo tempo a danno degli azionisti di minoranza nonostante il fatto che Vivendi abbia “solo il 24% delle azioni ordinarie con diritto di voto e una partecipazione del 18% delle azioni complessive della società”. Secondo il fondo, la strategia di Bollorè ha condizionato finora pesantemente le relazioni del gruppo con le istituzioni italiane. “Vivendi ha violato la legge Gasparri, venendo a detenere sia una partecipazione di controllo nella società sia una ampia partecipazione in Mediaset, circostanza che ha ulteriormente compromesso la relazione di Vivendi con il regolatore e con le altre autorità ed istituzioni italiane”, si legge nella lettera.

Inoltre “la relazione tesa tra Vivendi e Mediaset limita la possibilità di acquisto di contenuti cruciali per la società” e i conflitti d’interesse sono evidenti come testimonia l’ipotesi, poi svanita, della creazione di una joint venture fra Telecom e Canal plus, controllata ad Vivendi. Per non parlare del fatto che “nel gennaio 2017, Tim ha assegnato un mandato pubblicitario (che secondo i rumor circolati avrebbe un valore di circa €100 milioni) ad Havas” controllata da Vivendi che, durante la sua gestione ha cambiato in Telecom due amministratori delegati “spendendo 25 milioni per la sola liquidazione di Flavio Cattaneo”. “Oltre alle sue molteplici evidenti carenze di governance e a svariati conflitti di interesse, la gestione Vivendi ha minato la relazione con il governo italiano e il garante delle comunicazioni, entrambe circostanze gravemente pregiudizievoli nell’esercizio di un business regolamentato” conclude il fondo precisando di non aver alcuna intenzione di conquistare il controllo di Tim, “ma solo di catalizzare il cambiamento per assicurare che la Società sia gestita a beneficio di tutti i soci”.

Per Elliott, “l’attuale struttura – del capitale – garantisce a Vivendi un numero di voti sproporzionato rispetto al suo investimento economico a causa dell’esistenza di azioni di risparmio prive di diritto di voto”. Il primo passo è quindi riportare l’orologio indietro al dicembre 2015 quando Vivendi bloccò la conversione delle azioni di risparmio “perorando il proprio interesse a discapito di tutti i soci di minoranza”. Poi bisognerà vendere in toto o in parte la controllata dei cavi sottomarini Sparkle, separare l’infrastruttura di rete dalle attività di servizi telefonici ed, infine, procedere alla sua quotazione aprendo il capitale a potenziali nuovi soci. Fra questi ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti, ma anche altri investitori interessati a mettere un piede nell’infrastruttura di rete come avrebbe voluto Mediaset in un passato in fin dei conti non molto lontano.