Cultura

Quattro mezze cartelle / 18: La vanità dell’odio

Ricevo un libro in omaggio. Appena stampato. Si intitola Little China Girl, di Massimiliano Scudelletti, Betti editriceLittle China Girl è stata una proposta editoriale pubblicata qui sul Fatto on line il 14 settembre 2017. Era la proposta numero dieci. Non può che farmi piacere. Proposte editoriali che stazionano qui e che poi sono prese in considerazione da editori. In bocca al lupo a Massimiliano Scudelletti, leggerò il libro e lo recensirò, qui. Veniamo ora alla proposta numero 18. Ricordo a tutti che le modalità per inviare incipit, un estratto, una ipotetica quarta di copertina e biografia sono descritte qui.

La vanità dell’ odio

di Melania Ceccarelli

Incipit

Carolina era stata licenziata una mattina tardi, verso mezzogiorno. Era la fine di febbraio, i suoi colleghi stavano programmando le ferie di Pasqua. Era stato più un “non rinnovo”, qualcosa che, non esistendo un sostantivo per definirlo, si poteva nominare solo per negazione. Durante un colloquio assurdo il dirigente le aveva spiegato che aveva le mani legate, non poteva rinnovarle il contratto e non poteva nemmeno bandire un concorso, non per i prossimi tre anni. Subito dopo, le aveva fatto la proposta di truccare una commissione d’esame per farle avere una borsa di studio. A quel punto lei aveva deciso: basta.
Francesca, sua amica da oltre vent’anni, trovò strana una decisione simile, fuori tempo massimo. Erano quindici anni che Carolina lavorava in ospedale, andando avanti ad assunzioni a tempo determinato, co.co.pro. e persino partita IVA. Che cosa aveva fatto precipitare tutto, proprio in quel momento? Nessuno avrebbe saputo dirlo, neppure lei. Nei giorni seguenti si pentì. Eccome. A quel punto, però, l’orgoglio le impedì di ritornare sulla sua decisione.

Un breve estratto

Però faceva veramente troppo freddo. Francesca ebbe l’idea. Si alzò, prese la pila dalla tasca della giacca, l’accese e si allontanò. Tornò con un fascio di legni, stecchi e arbusti secchi. Allora Carolina capì e decise di fare la sua parte. Quando la pira accatastata fu alta a sufficienza si accorsero di non avere un accendino per appiccare il fuoco. Si misero di nuovo sedute, a pensare. Il ragazzo che suonava il tamburo, che non aveva mai smesso di battere il ritmo, mise una mano in tasca e ne tolse un accendino. Le fiamme furono lente a partire. Per primo si infiammò un legno piccolo a forma di forcella, bianco e fine, e poi due e poi uno più grande. Infine, divampò.
Giulia, stanca, si sedette di botto sulla sabbia, ansimando.
Il ragazzo non smetteva di suonare e riscaldava le mani al fuoco, una alla volta. Non poteva avere più di ventisei o ventisette anni eppure, a tratti, sembrava un vecchio, sul suo volto liscio e quasi senza espressione compariva una rada barba bianca. Gli occhi apparivano e scompariva nel buio, dolci e irridenti.
Si alzò Carolina, e poi quando fu stanca lei, ballò Francesca che ballò e ballò come non aveva mai fatto, piroettando su se stessa come un derviscio che cerca solo la trance. Poi cominciò di nuovo Giulia e ci furono momenti in cui ballavano in tre e momenti in cui nessuna ballava. Poi Giulia si sedette di nuovo, dicendo che non si reggeva più in piedi che si sdraiava lì e lì voleva dormire.

Quarta di copertina

Presi il treno la sera dell’ultimo dell’anno, alle 21.10 e arrivai a destinazione alle 22.03. Avevo prenotato una stanza all’albergo davanti alla stazione: per una notte un albergo valeva l’altro. Avevamo cenato a casa, con Federico e Stefano, da soli, come non accadeva da secoli. Carolina passava capodanno con la famiglia di Rolando, e Giulia, lei, proprio non sapevo dov’era: era partita un paio di giorni prima di Natale per andare finalmente al caldo, aveva detto.
Durante la cena avevo informato Stefano e Federico che sarei partita per un po’, avevo scritto su un bigliettino l’indirizzo e il numero, potevano chiamare e venirmi a trovare ma io non sarei tornata a casa per alcuni mesi. Non mi trattennero. Anche Fede, che pensavo avrebbe reagito male, accolse la notizia con serenità, forse rassegnazione. E questo mi faceva pensare che qualche risultato era stato ottenuto con lui: ora accettava i cambiamenti senza sentirsi troppo disorientato. E poi c’era suo padre.

Biografia

Melania Ceccarelli è nata a Pisa, laureata in Scienze politiche ha iniziato a lavorare in una cooperativa sociale occupandosi di alta marginalità. Nel 2000 e 2001 ha vissuto in Acre, un piccolo stato nell’Amazzonia brasiliana dove ha portato avanti un progetto di cooperazione internazionale con ragazzi di strada. Rientrata in Italia, nel 2004 ha iniziato a lavorare presso il consorzio pubblico Società della Salute, occupandosi di programmazione socio – sanitaria. Rimasta senza lavoro nel 2015, attualmente è funzionaria della Regione Toscana. Ha scritto due domanzi, il primo ispirato dall’esperienza brasiliana, e racconti, cimentandosi sopratutto con la forma breve. Nel 2015 ha frequentato la Bottega di Narrazione di Mozzi e Dadati a Milano ed ha imparato un sacco di cose: il rigore, la necessità di mettersi in discussione e l’umiltà. Ha un blog tramite il quale riesce a togliere quello che ha scritto dall’hard disck del pc e a inviarlo nel mondo: Il pane con le rose.

melaniaceccarelli5@gmail.com