Diritti

Migranti ambientali, l’Italia riconosce la protezione umanitaria a chi ‘scappa dal caldo’

“Facciamo fatica a trovare un piatto di riso per andare avanti e continuiamo ad indebitarci. Sono partito per la Libia in cerca di un lavoro. Per pagare il viaggio ho contratto altri debiti e ora ho paura di tornare nel mio Paese”. Le alluvioni hanno costretto la sua famiglia a vendere la terra, unica fonte di reddito, così, poco più che ventenne, Milon – cittadino bengalese nato e vissuto a Dacca – ha iniziato il viaggio che lo ha portato prima in Libia e poi in Italia in cerca di una vita dignitosa. La sua richiesta di asilo è stata rigettata in prima istanza, ma il Tribunale de L’Aquila, accogliendo il ricorso dell’avvocato Chiara Maiorano, gli ha riconosciuto la protezione umanitaria per motivi ambientali. Nell’ordinanza, esplicito è il riferimento alla povertà come conseguenza socio-conomica di cambiamenti climatici, deforestazione e land grabbing.

L’ingiustizia climatica in Bangladesh

Con 163 milioni di abitanti e un Pil pro capite basato sul potere d’acquisto pari a 3.900 dollari l’anno, il Bangladesh ha un livello di emissioni pro capite annue di CO2 pari a 370 kg ; in questa classifica, con 6,7 tonnellate, l’Italia detiene appena il 45° posto. Secondo il rapporto della Banca Mondiale “Turn Down the Heat: Climate Extremes, Regional Impacts, and the case for resilience”, entro il 2070, circa 1,5 milioni di persone in Bangladesh subiranno le conseguenze delle inondazioni. Basterebbero questi dati a comprendere come i cambiamenti climatici colpiscano maggiormente le comunità meno responsabili del riscaldamento globale e che più dipendono dalle risorse naturali per la propria sopravvivenza. Il legame tra povertà e cambiamenti climatici è alla base dello spostamento forzato di milioni di persone ogni anno, più di quelle che fuggono da guerre e persecuzioni politiche, ma la convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati non contempla la categoria dei “rifugiati climatici”.

Cambiamenti climatici e disparità di genere

Solo poche settimane fa, sul tema del possibile riconoscimento della protezione ai migranti climatici, in un articolo uscito il 14 gennaio 2018, Il Giornale titolava “Ci mancava il migrante climatico. Accoglieremo pure chi scappa dal caldo”. La risoluzione del Parlamento europeo oggetto dell’articolo, oltre ad auspicare il riconoscimento di uno status di protezione per i migranti climatici, sottolinea come il riscaldamento globale acuisca le disparità di genere nel mondo. Le donne sono le più duramente colpite dalle migrazioni e dalla povertà indotte dal clima perché, nei Paesi in via di sviluppo, la loro vita è strettamente legata alle risorse e alle attività su cui i cambiamenti climatici hanno un impatto negativo. Nel settore agricolo africano, le donne producono oltre il 90% dei prodotti alimentari di base, pur possedendo solo l’1% delle terre arabili; l’Onu stima che il 70% degli 1,3 miliardi di persone che vivono in povertà nel mondo sia costituito da donne.

Perseguitati climatici

L’adozione di disposizioni sulla tutela degli sfollati indotti dal clima vincolerebbe gli Stati alle responsabilità ambientali e sociali derivanti dalle loro scelte in materia di sviluppo, industria e modello energetico.

Nel 2016 ci sono stati 31,8 milioni di sfollati, di questi 23,5 dovuti alle conseguenze di eventi climatici estremi. In regioni quali l’Africa subsahariana e l’Asia del Sud, i cambiamenti climatici potrebbero costringere più di 100 milioni di persone a condizioni di povertà estrema entro il 2030, alimentando conflitti e migrazioni. Secondo le stime della Convenzione sulla lotta contro la desertificazione, a causa di questo fenomeno, 135 milioni di persone potrebbero essere sfollate entro il 2045.

La ricerca delle ONG

Nel caso di Milon, il giudice ha fatto espresso richiamo al legame tra la povertà e i fattori di rischio ambientale derivanti dal cambiamento climatico, citando il report “Crisi ambientale e migrazioni forzate” delle Ong a Sud e Centro di documentazione sui conflitti ambientali.

Un segnale importante dopo la campagna di discredito contro le Ong, partita dai “taxi del mare” e culminata con le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quelle accuse diedero manforte alla strategia dei respingimenti verso la Libia, nonostante fossero documentati gli abusi, le torture e le violenze nei centri di detenzione libici. Nel suo report 2017-2018, Amnesty ha fatto chiari i risultati di questo gioco politico e mediatico sulla pelle dei migranti e sulla criminalizzazione della disperazione: l’Italia dell’odio verso “gli altri” e chi li aiuta è un Paese che respira razzismo e xenofobia a pieni polmoni.

Pur volendo negare che quest’odio diffuso abbia qualcosa a che fare con il raid di Macerata, sarebbe difficile sorvolare sulla rinnovata agibilità politica di cui godono oggi posizioni ben riassunte da slogan come “Prima gli italiani” o “Sostituzione etnica”. Le Ong e la ricerca possono contribuire allora a sfaldare la retorica dell’odio, raccontando da dove e perché partono i migranti, mettendo in luce le responsabilità dei paesi di destinazione, dando una giustificazione scientifica alla solidarietà