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Banche, così l’eredità dei governi Renzi e Gentiloni rischia di diventare una bomba. Il caso Mps

Finita la farsa della commissione parlamentare d’inchiesta, la questione è sostanzialmente sparita dall’agenda della politica italiana. Il fatto che non se ne parli, non significa però che i problemi siano magicamente scomparsi. Anzi

Finita la farsa della commissione parlamentare d’inchiesta, la questione delle banche è sostanzialmente sparita dall’agenda della politica italiana. Il fatto che non se ne parli, non significa però che i problemi siano magicamente scomparsi. Anzi. La questione banche è una delle scomode eredità che i governi Renzi e Gentiloni lasciano al prossimo esecutivo, qualunque esso sia, e per gestirla ci saranno ancora meno mezzi e meno gradi di libertà rispetto al recente passato. Certo, la ripresa economica ha contribuito ad alleggerire la pressione sul fronte dei crediti in sofferenza, ma di lì a dire – come fa Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia – che è tutto risolto e che il settore è in sicurezza ce ne corre. I numeri della crescita economica italiana (peraltro la più bassa d’Europa e destinata a rallentare già a partire dal 2019 secondo le ultime previsioni di Bruxelles) non bastano da soli a risolvere i problemi endemici di un settore che nel suo insieme risulta arretrato e scarsamente competitivo.

Per rendersene conto basta guardare al caso Mps: la ricapitalizzazione “preventiva” avrebbe dovuto rimettere in marcia l’istituto senese fornendo le risorse necessarie alla pulizia dei bilanci e a una ristrutturazione aziendale finalizzata a riportare la banca a livelli di redditività e di efficienza accettabili. In realtà, nonostante la ripresa economica e l’iniezione di fondi pubblici, Mps continua a essere un malato grave come mostra impietosamente il grafico di Borsa. Nell’ambito della “ricapitalizzazione preventiva” il Tesoro è arrivato a detenere il 68,2% del capitale pagando un prezzo di 6,49 euro per ogni azione di nuova emissione. A fine ottobre Borsa Italiana ha fissato un prezzo teorico di 4,28 euro per la riammissione del titolo che – tornato in negoziazione dopo dieci mesi di sospensione – non ha fatto che scendere, attestandosi intorno ai 3,2 euro attuali, vale a dire il 50% in meno di quanto pagato dal Tesoro pochi mesi fa.

In particolare, il prezzo ha iniziato a scendere con decisione dopo il 9 febbraio – giorno in cui Mps ha presentato i risultati preliminari dell’esercizio 2017 -, rischiando di rompere al ribasso quota 3 euro (il 23 febbraio il titolo ha toccato il minimo dell’anno a 3,09 euro). Il problema non sono solo le maxi perdite (3,5 miliardi di euro, in aumento persino rispetto ai 3,2 miliardi del 2016), ma soprattutto la prova provata che nemmeno la crescita economica è riuscita a rallentare la produzione di nuove sofferenze in capo al gruppo senese. Nel 2017 Mps “ha contabilizzato rettifiche nette di valore per deterioramento crediti, attività finanziarie e altre operazioni” per 5,46 miliardi di euro, superiori di 959 milioni rispetto al dato 2016. Ciò che conta di più è però il fatto che nel quarto trimestre dell’anno, a fronte di una sostanziale stabilità dell’aggregato “crediti deteriorati lordi” (che ammonta a 45,1 miliardi di euro), si è assistito a un netto peggioramento della dinamica interna al comparto: 300 milioni di esposizioni scadute deteriorate e 800 milioni di inadempienze probabili si sono trasformate in 1,1 miliardi di nuove sofferenze, tutto il contrario di ciò che dovrebbe accadere in periodi di ripresa economica.

La questione della qualità dei crediti in capo alle banche italiane, Mps in testa, non può essere risolta facendo finta di non vederla nella speranza che le cose si aggiustino da sole, oppure con piccole furbizie volte a guadagnare tempo aggirando le nuove regole sullo smaltimento dei crediti deteriorati che entreranno in vigore a breve. Il mercato non è fesso: certe cose le vede e le prezza, così come prezza le probabilità che determinate banche possano essere acquisite, o comunque rientrare in una logica di consolidamento settoriale. A giudicare dalle quotazioni degli istituti indicati di volta in volta come possibili protagonisti, il paventato risiko bancario italiano sembra aver più a che fare con l’ottimismo della volontà di alcuni titolisti che con la realtà.

E anche questo è un problema: se il sistema non si consolida finirà con l’indebolirsi ulteriormente. Mps, che fino a un anno e mezzo fa era il terzo gruppo bancario italiano, non potrà reggere a lungo in una logica “stand alone” e se arrivasse a bruciare più in fretta del previsto la dotazione di capitale – vuoi per l’insorgere di problemi in sede di attuazione del piano industriale, vuoi per nuove richieste regolamentari, ad esempio in tema di smaltimento dello stock di sofferenze pregresse – il governo, qualunque esso sia, non potrebbe più fare ricorso a ricapitalizzazioni preventive o ad aiuti di alcun genere per salvarla. Mps finirebbe dritta dritta in risoluzione, come del resto potrebbe accadere a breve al Credito Valtellinese qualora non andasse in porto l’aumento di capitale da 700 milioni che si chiuderà l’8 marzo. In queste circostanze dare per risolta la crisi bancaria italiana come fanno il ministro Pier Carlo Padoan e i suoi collaboratori è quanto meno fuorviante e alla luce di ciò si capisce anche meglio perché molti importanti hedge fund abbiano aumentato la loro esposizione al ribasso sull’Italia e le sue banche. Restiamo l’anello debole d’Europa e il rischio è che alla fine al consolidamento del settore ci si arrivi non attraverso aggregazioni, ma passando per l’estinzione di una grossa fetta di aziende di credito, con costi economici e sociali elevatissimi.