Società

La solitudine ci rende liberi o infelici?

Gli stranieri, i colleghi, la vicina di casa, lo sconosciuto sul tram, il tizio che ti taglia la strada, spesso sopportare le altre persone non è affatto semplice. Siamo tanti, troppi e il contatto con gli altri può diventare un fastidio. E non solo gli sconosciuti, a volte anche i genitori, i figli e addirittura il partner fanno venire voglia di rinchiudersi in un manto protettivo di solitudine. Il continuo contatto con altre persone e con il loro giudizio e le loro ingerenze è aumentato con l’arrivo dei social network, dove si è incessantemente sottoposti allo stress dello sguardo esterno. Questo può diventare pesante da sopportare, soprattutto per gli adolescenti che affrontano una fase dello sviluppo che li rende particolarmente sensibili al giudizio sociale. Anche per gli adulti però non è affatto facile sentirsi riconosciuti dalla società, e spesso gli pare di non essere abbastanza gratificati. Da qui nasce la volontà di fuggire e isolarsi, che si sta diffondendo sempre di più negli ultimi anni.

La solitudine è sotto alcuni aspetti una libertà, e prevede l’indipendenza dall’altro e l’autonomia, ma i dati scientifici mostrano che l’isolamento sociale ha gravi ripercussioni sull’umore e sulla salute. Come spiega lo psicologo Maurizio Stupiggia tra il 15 e il 30% della popolazione vive in uno stato di isolamento cronico. La solitudine aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, pressione sanguigna, livello di colesterolo e aumentano il livello di cortisolo, il cosiddetto ormone da stress, e aumentano i casi di depressione.

In pratica l’uomo esce da una sua condizione naturale, e il suo corpo ne risente.

Qui nasce una delle tante contraddizioni dell’essere umano, da una parte è un animale da branco, fa parte di una società, di una famiglia, di un ambiente di lavoro, dall’altra a ognuno di noi capita di sentirsi solo.

La società umana, dai primordi fino alla rivoluzione industriale, era incentrata su piccoli gruppi. Le comunità primitive erano composte al massimo da 35 persone. Se si è pochi ognuno svolge una funzione fondamentale per la comunità e diventa difficile isolare dei soggetti. Per accerchiare e uccidere un animale occorre essere un gruppo e lavorare assieme, da soli si muore di fame. Poi questi gruppi iniziarono a radunarsi tra loro, e spesso le fusioni non furono indolori, basti pensare ai Dieci Comandamenti che nacquero proprio al unirsi delle tribù di Israele, per farle andare d’accordo servì addirittura l’intervento di una “legge divina”, ovvero regole che non fossero dettate dal gruppo più forte agli altri, ma che arrivassero da una entità altra e superiore. Però nei villaggi e nelle corti per secoli la società era comunque composta da gruppi raccolti. Con la rivoluzione industriale e la concentrazione delle masse attorno alle industrie e la nascita delle città moderne il gruppo di allarga e nessuno è più indispensabile.

Un fenomeno molto diffuso in Giappone che estremizza questa solitudine è l’hikikomori, si tratta di adolescenti che si isolano nella loro stanza e non escono più, nemmeno per mangiare. Questo fenomeno purtroppo si sta diffondendo anche in Italia, che risconta il più alto numero di casi in Europa. È molto difficile far uscire un adolescente che cade in questa forma di disturbo. Le terapie di maggior successo prevedano un reinserimento molto lieve di socialità nella loro vita, o tramite una “sorella in prestito” (così la chiamano in Giappone), ovvero una ragazza che sta seduta fuori dalla porta e ogni tanto sussurra una frase. La solitudine ricercata come fuga contro i mali del mondo, diventa il male più grave.

Nelle città pre-industriali c’era un bassissimo livello di “mobilità sociale”, se eri figlio di un contadino avresti fatto il contadino, se eri figlio di un artigiano avresti fatto l’artigiano, eccetera, perché ognuno doveva portare avanti un tassello importante che altrimenti sarebbe saltato. C’era un equilibrio che andava mantenuto. Oggi questa impossibilità di “scalare” la società e aspirare a un miglioramento è vista come un limite per la libertà individuale, però era anche una tutela. Una tutela per la società, e indirettamente per l’individuo, che sapendo fin da bambino quale fosse il suo posto nella società non aveva ambizioni e quindi non aveva alcuna ansia sociale di dover dimostrare qualcosa agli altri. Nella nostra epoca questo tipo di rinuncia è incomprensibile, ma alcuni studi spiegano che forse è stata proprio questa libertà a renderci più infelici. L’antropologo Jared Diamond ha osservato che nelle società che rispettano ancora questi canoni pre-industriali non esistono due fenomeni: lo stress da spaesamento e la crisi legata alla adolescenza. Se ci pensate è strano. Chi ogni giorno sa che se il campo non rende o se la caccia va male, lui e tutta la sua tribù potrebbero non mangiare – e quindi se fallisce nel proprio lavoro rischia la vita – è meno stressato di chi rischia al massimo una lavata di testa dal proprio capo.

Perché noi che abbiamo riscaldamento in casa, l’elettricità, acqua potabile, cibo di ottima qualità, medicina avanzata e molto più di quello di cui avremmo bisogno siamo infelici? Perché gli abitanti di queste tribù che soffrono di freddo, di fame, torturati dal dolore dei denti mai curati e da un altissimo tasso di mortalità, perché sembrano più felici di noi? La spiegazione di Diamond è che hanno una forte rete sociale attorno, si sentono parte di una tribù, di un gruppo che non li abbandonerebbe mai, perché ha bisogno di loro per la propria sopravvivenza, mentre noi siamo soli. Secondo uno studio fatto negli Stati Uniti il 50,2% dei nuclei familiari è composto da una sola persona. Mentre una volta era normale vivere in case abitate anche da venti persone, con nonni, figli, zii, tutti assieme, oggi chi vive con i genitori da adulto viene additato e colpevolizzato dalla società, perché ritenuto non auto sufficiente. Il mito occidentale è “ognuno deve bastare a sé stesso”. Non si pensa che una volta le famiglie vivevano assieme molto tempo non solo per necessità economica, ma perché prima i genitori si prendevano cura dei figli piccoli, e poi i figli adulti si prendevano cura dei genitori anziani. Era un ciclo naturale.

Se è vero quindi che con gli altri è difficile convivere, che molti non ci piacciono, chi irritano e ci fanno soffrire, è anche vero che non possiamo farne a meno.

«Soli non si può stare», diceva duemilatrecento anni fa il Qoelet, il più poetico dei testi biblici, perché «se cade chi è solo, non ha nessuno che lo aiuti a rialzarsi».