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Borse, si fa presto a dire ‘correzione’: la bolla speculativa si cerca anche nel mercato obbligazionario

Poche settimane fa si è assistito al paradosso che i bond emessi da un Paese con rating Tripla A, gli Stati Uniti, abbiano rendimenti superiori rispetto a quelli della Grecia il cui rating è “junk”, vale a dire spazzatura. I più elementari rapporti di rischio-rendimento sono dunque saltati per effetto della speculazione e della spinta ad acquistare anche titoli meno sicuri scommettendo sulle prospettive di ripresa dell’economia

Wall Street prova a esorcizzare la paura dopo due sedute ad alta tensione che hanno di fatto azzerato i guadagni dall’inizio dell’anno. La violenza delle vendite – amplificata anche dai sistemi automatici di trading che al verificarsi di determinate condizioni iniziano a scaricare titoli sul mercato – ha suonato la sveglia a un mondo ipnotizzato dalla decennale corsa degli indici di Borsa che, rialzo dopo rialzo, hanno continuato ad aggiornare i massimi storici traendo nuova linfa dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Per mesi investitori, analisti e commentatori si sono interrogati su quanto la festa avrebbe potuto ancora durare e ora – preoccupatissimi – si chiedono se ciò che è accaduto sia solo una salutare correzione o se invece sia il segnale di una più profonda inversione di tendenza dei mercati azionari. I dati economici che fino al giorno prima avevano contribuito ad alimentare i rialzi e a spandere ottimismo a piene mani azzerando la percezione dei rischi, vengono oggi letti al contrario: l’economia va troppo bene perché la festa dei mercati possa continuare. Un paradosso solo apparente, che mette in luce come ormai dall’altra parte dell’Atlantico ci si aspetti una rapida normalizzazione della politica monetaria. Ora che l’economia statunitense mostra di saper camminare con le proprie gambe e che l’obiettivo della piena occupazione è sostanzialmente raggiunto (il tasso di disoccupazione Usa è al 4,1%, il livello più basso dal 2010) si torna a ragionare con la logica di sempre e crescono dunque i timori di una stretta sui tassi ben più marcata da parte della Fed per evitare che l’economia si surriscaldi troppo per effetto della dinamica salariale e dei suoi effetti sull’inflazione.

Nulla di strano: i mercati ragionano così e scontano in anticipo le attese. Dal canto suo, la Fed ha gestito finora senza scossoni il passaggio da una politica monetaria ultra espansiva a un graduale ritorno alla normalità dando prove concrete di saper camminare sulle uova visto che Wall Street ha continuato a inanellare un record dopo l’altro. Nessuno vuole fare una frittata, tanto meno la Fed alla cui presidenza si è appena insediato il repubblicano Jerome Powell, nominato da Trump e garante di una politica monetaria attenta e gradualista, in perfetta continuità con quella di Janet Yellen. E’ probabile che nei prossimi giorni la banca centrale lancerà segnali per dare la direzione ai mercati e ridurre l’incertezza a proposito delle prossime mosse di politica monetaria, così come la Casa Bianca e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin già in queste ore hanno cercato di tranquillizzare gli investitori ribadendo la solidità dei fondamentali a lungo termine dell’economia statunitense.

Il forte calo delle ultime sedute di Borsa è per lo più interpretato come una salutare battuta d’arresto, nulla più che una correzione, anche perché gli addetti ai lavori non ritengono che sul mercato azionario si sia gonfiata una bolla speculativa e che le quotazioni dei titoli, pur con qualche eccesso, siano sostenute anche e soprattutto dalla continua crescita degli utili aziendali. Questo non significa però che i nodi non stiano arrivando al pettine: ammesso (e non concesso) che sull’azionario non vi sia una bolla, questa si è invece gonfiata sul mercato obbligazionario globale anche per effetto delle politiche monetarie divergenti tra i due lati dell’Atlantico. Poche settimane fa si è assistito al paradosso che i bond emessi da un Paese con rating Tripla A, gli Stati Uniti appunto, abbiano rendimenti superiori rispetto a quelli della Grecia il cui rating è “junk”, vale a dire spazzatura.

I più elementari rapporti di rischio-rendimento sono dunque saltati per effetto della speculazione e della spinta ad acquistare anche titoli meno sicuri scommettendo sulle prospettive di ripresa dell’economia. Prova ne è che non solo i titoli greci rendono di più dei t-bond americani, ma gli stessi junk bond europei – quelli emessi da società private – hanno rendimenti allineati ai titoli governativi statunitensi. Il rischio di fare la frittata non è dunque solo in capo alla Fed e in queste condizioni camminare sulle uova si fa sempre più complicato, aumentando i rischi di contraccolpi globali di qualunque decisione di politica monetaria. Ben venga quindi una correzione a Wall Street se serve ad aumentare quella percezione del rischio che negli ultimi anni gli investitori sembrano aver completamente smarrito.