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Molestie, perché le 124 attrici hanno paura di fare i nomi?

Premessa sostanziale: che 124 attrici del cinema italiano si siano messe insieme, incontrandosi e discutendo, e abbiano fatto una lettera pubblica in cui denunciano un sistema marcio e prendono posizione a favore di chi ha parlato è un fatto importante e positivo. Anzi, ci si attendeva questa mossa da tempo, magari a ridosso dello scandalo Brizzi. Ma in ogni caso, semplicemente e banalmente, meglio tardi che mai.

Il problema però è un altro, e cioè i contenuti della lettera, che Asia Argento e Miriana Trevisan hanno contestato perché mancante dei nomi dei molestatori (mentre altri, ad esempio la giornalista e scrittrice Paola Tavella su Facebook, perché nei 124 nomi non ci sarebbero quelli delle donne che hanno denunciato Fausto Brizzi). Per capire perché questa denuncia esprime un atteggiamento realmente contraddittorio e purtroppo poco chiaro basta fare un’analisi di ciò che è scritto. Le frasi stesse parlando da sole.

La lettera comincia con un attestato di solidarietà verso quelle che “hanno avuto il coraggio di parlare in Italia” perché, scrivono, “sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse“. E già qui uno resta assolutamente basito. A chi stanno dando solidarietà? Chi sono quelle che hanno parlato e perché non vengono citate? Parliamo del caso Brizzi? O di altri? Ma soprattutto: le 124 attrici stanno dicendo che tutte in diverse misure hanno subito molestie e questo è stupefacente. Se è vero si tratterebbe di una cosa gravissima. Ma, appunto, da chi le hanno subite? Perché allora non hanno parlato e non parlano? Come si può scrivere una cosa simile lasciandola cadere sul resto, ma passando oltre?

La lettera continua così: “Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quanto sceglieranno di raccontare la loro esperienza”. Qui mi sembra che le attrici contraddicano quanto detto prima, perché sembrano di nuovo tirarsi fuori dalla cerchia di quante hanno subito. E ancora parlano di sostegno alle vittime: ma di che tipo di sostegno? Se la lettera è priva di nomi, sia dei responsabili, che di quelle che hanno parlato, di che tipo di sostegno si tratta? Di qualcosa di generico e, dunque, scarsamente utile, vago, ambiguo.

Più avanti le firmatarie sembrano criticare il fatto che “si circoscriva il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio”. Di chi si sta esattamente parlando? E comunque: allora il singolo molestatore non sarebbe comunque colpevole? Secondo le attrici il meccanismo del capro espiatorio porterebbe un’ondata di sdegno che alla lunga sfavorirà chi ha parlato e permetterà la reintroduzione nel sistema del molestatore. Qui davvero non si capisce: le attrici definiscono questo meccanismo una macchina della rimozione che vorrebbe zittire chi decide di parlare. Però al tempo stesso stanno dicendo che la colpa di tutto questo meccanismo è la denuncia del singolo molestatore. Ma allora chi si dovrebbe denunciare? Accusare genericamente “il sistema” avrebbe esiti diversi e migliori? O piuttosto il fatto che ciascun responsabile può lavarsi tranquillamente le mani, perché se tutti hanno colpa, come le attrici hanno detto all’inizio, nessuno ha colpa? Un paradosso.

E di nuovo: si parla poi delle donne comuni, di tutte quelle che subiscono molestie, ma l’obiettivo è sempre denunciare un sistema, non “la patologia di un singolo”. Ma se è patologia vuol dire che c’è malattia e quindi anche colpa, e allora perché, ancora, non parlare anche dei singoli? Non sarebbe tra l’altro più corretto anche nei confronti di chi molestatore non è affatto e potrebbe sentirsi anche arrabbiato, visto che una parte del sistema sarà marcio, ma magari una piccola parte no? Ma niente: le attrici continuano a dire, sembra quasi la cosa che interessa loro di più, un’ossessione, che non vogliono puntare il dito contro il “singolo molestatore”. Dicono che vogliono rovesciare tutto, “perché questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura”. 

Onestamente, è comprensibile la rabbia di Asia Argento, per quanto forse ormai rivesta un ruolo di denunciatrice che la spinge ad essere ipercritica a ogni costo. Ma effettivamente come si fa a dire che non si deve puntare il dito contro il singolo che compie un reato? E soprattutto: perché si ha paura di dirlo e di farlo, quando tutte dicono che è accaduto anche a loro? Questa lettera è contraddittoria, perché da un lato trasmette certamente voglia di denuncia, dall’altro trasuda debolezza, subalternità, timore, paura, quella che si dice di non avere. Paura di fare i nomi, appunto. Paura di riunirsi e dire: scusate, ma a chi è successo? Chi l’ha fatto? Se tutte noi siamo state vittime di molestie, chi sono i molestatori? Denunciamo i colpevoli, insieme al sistema.

Perché altrimenti resta, appunto, un’accusa  generica: che sì, certamente, in qualche modo ammonisce il lato maschile del cinema a stare attento, ma dall’altro gli sta comunicando che può stare tranquillo, perché tanto i nomi non verranno mai fatti. Secondo me c’è molto su cui riflettere, perché  la parità – che è anzitutto quella per cui non si ha timore a dire la verità – è lungi da venire. E se hanno paura le note più note attrici del cinema italiano, un’oscura segretaria come potrà avere il coraggio di portare il suo capo in tribunale?

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