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Di solitudine si muore. In Gran Bretagna è nato il ministero e altrove?

La notizia della creazione di un Ministero per la Solitudine nel Regno Unito ha stupito molti. La cosa ha anche fatto sorridere alcuni che si sono chiesti se davvero ci fosse bisogno di un ministro dedicato a quella che la Premier britannica ha definito, nel suo annuncio, “una triste realtà della società moderna”. Eppure anni di ricerche dimostrano che la solitudine sta rapidamente diventando uno dei problemi sociali più importanti e insidiosi . Come un virus, attacca le persone più vulnerabili e, se non scoperto in tempo, si trasforma in un male cronico. Le conseguenze sono pesantissime per il benessere psicofisico di chi ne soffre. È stato dimostrato che l’isolamento sociale ha un effetto dannoso alla salute quanto quello dell’obesità o del fumo di 15 sigarette al giorno. La solitudine è infatti associata alla riduzione dell’aspettativa di vita, problemi cardiaci e demenza senile. Di solitudine, insomma, si muore.

Cambiamenti demografici, tecnologia, inurbamento, famiglie e comunità che si allontanano geograficamente ed emotivamente, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere il problema dell’isolamento sociale sempre più diffuso. Nel Regno Unito oltre 1,2 milioni di persone soffre di solitudine cronica. E secondo le rilevazioni Eurostat, il 13% di degli italiani non ha nessuno a cui rivolgersi in un momento di difficoltà e il 12% di noi non ha nessuno con cui confidarsi. Un triste primato italiano in Europa questo, confermato anche dai dati diffusi da Telefono Amico Italia, che riceve quasi 50mila telefonate all’anno.

Fonte: EUROSTAT, 2017

La nomina della sottosegretaria Tracey Crouch, già responsabile per lo Sport, a “ministra per la Solitudine” arriva a conclusione del lavoro della Commission on Loneliness che ha studiato il tema per circa due anni. Un’iniziativa fortemente voluta dalla parlamentare laburista Jo Cox, assassinata da un terrorista dell’estrema destra nel 2016.

I dati studiati dalla Commissione sono disarmanti: mezzo milione di britannici dichiara di passare settimane intere senza nessuna interazione sociale. La metà degli over 65 dichiara di avere solo la televisione o un animale domestico come fonte di compagnia abituale e una persona su 5 prende appuntamento con il medico di famiglia semplicemente perché si sente sola.

E’ presto per dire di cosa si occuperà nel dettaglio la “Ministra per la Solitudine”, è chiaro però che il governo britannico non sottovaluta l’importanza del problema. Le politiche e campagne contro l’isolamento sociale potrebbero avere effetti enormi in vari ambiti, incoraggiando policy-makers e aziende a rivalutare servizi e prodotti in base al loro impatto sulla solitudine.

Una maggiore attenzione alla solitudine potrebbe infatti avere un impatto sulle politiche di trasporto urbano, che per esempio potrebbero prendere maggiormente in considerazione come variazioni nella frequenza e percorso degli autobus possano favorire o meno l’isolamento sociale. I piani regolatori urbani potrebbero prestare più attenzione all’accessibilità degli spazi condivisi e pubblici, assicurandosi che siano davvero fruibili per tutti, pensando ad architetture urbane che incentivano l’aggregazione sociale spontanea e le opportunità di comunicazione e interazione.

La digitalizzazione dei servizi, per esempio in banca o alla posta, è sicuramente comoda e necessaria, ma perché non lasciare, a chi la vuole, la possibilità di fare due chiacchiere in coda e allo sportello? Oppure si potrebbe incoraggiare chi fornisce servizi a domicilio ad offrire agli impiegati la formazione necessaria per riconoscere i segnali dell’isolamento sociale più grave e magari anche ripensare la dimensione umana del servizio, aiutando così i clienti che soffrono di solitudine cronica.

Le possibilità da esplorare sono tante e c’è da augurarsi che in Gran Bretagna e altrove i governi si impegnino a risolvere questa vera e propria piaga moderna. In fondo ne guadagneremmo tutti: per la psicologa canadese Susan Pinker, che per anni ha studiato gli abitanti del paese più longevo del mondo, Villagrande Strisaili in Sardegna, al primo posto tra i fattori che contribuiscono a garantire longevità e buona qualità della vita sono appunto l’inclusione sociale e le relazioni personali.