Società

Bambini rom sottratti alle famiglie, nulla a che fare con la strage di Erode?

Secondo la tradizione cristiana nella notte di Natale si fa memoria di una nascita, “poiché un bambino è nato per noi – preannunciava il profeta Isaia -, ci è stato dato un figlio”. Tre giorni dopo, però, è sempre il calendario cristiano a celebrare il ricordo di una strage, quella dei bambini tolti alle loro madri a Betlemme di Giuda e uccisi dietro l’ordine del re Erode.

Forse è avendo davanti agli occhi quest’ultimo episodio che un assessora regionale all’istruzione ha pubblicamente affermato nei giorni scorsi: “Se si vuole avere qualche speranza che vengano educati, bisogna togliere i bambini dagli 0 ai 6 anni ai genitori rom e sinti“.

Nulla di eclatante, purtroppo, se non la riproposizione del “flusso dei bambini” di cui parla l”antropologo Leonardo Piasere: bambini che vengono dati, bambini che vengono tolti.

E’ sempre stato considerato un tabù scomodo il tema della sottrazione dei minori dai loro genitori o dalle comunità di appartenenza, minoranze discriminate e ridotte a una condizione di subalternità economica e sociale. Neanche bisogna andare indietro sino agli albori del Cristianesimo per ritrovare esempi in diverse parti del mondo. Nel 1981 il giornalista australiano Peter Read denunciava gli allontanamenti dalle famiglie dei bambini aborigeni. Questa pratica, documentata nello Stato del Nuovo Galles del Sud, ha permesso, tra il 1870 e il 1970, la sottrazione di circa 100mila bambini dalle loro famiglie per essere inseriti in collegi e istituzioni religiose e poi affidati a coppie adottive.

Due anni dopo è stato il ricercatore canadese Patrick Johnston a denunciare in un libro la pratica di molti uffici provinciali canadesi deputati all’assistenza infantile di sottrarre i bambini delle riserve indiane per consegnarli a istituti retti da associazioni religiose. I bambini, molti dei quali neonati, tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, entravano poi nel circuito dell’adozione. Nella vicina Svizzera, dal 1926 al 1972, quasi 600 bambini Jenische (un gruppo nomade) sono stati tolti dalle loro madri nei Cantoni dei Grigioni, di San Gallo e del Ticino per essere inseriti in istituti religiosi, ospedali psichiatrici e famiglie di contadini.

Se guardiamo in casa nostra abbiamo un’importante indagine curata da Carlotta Saletti Salza volta a verificare quanti bambini figli di rom e di sinti fossero dati in affidamento o in adozione dai Tribunali per i Minorenni a famiglie non rom. Secondo la ricerca, dal 1985 al 2005 un quarto dei Tribunali minorili della Repubblica italiana, quelli presi in esame, hanno dichiarato adottabili 258 bambini rom e sinti. “Non sembrano cifre eclatanti – scrive Leonardo Piasere – ma se consideriamo che la popolazione di rom e sinti in Italia ammonti allo 0,15% comprendiamo l’entità del fenomeno. Dal momento che ogni procedura ha dichiarato adottabili in media 1,1 bambini rom e sinti, significa che un bambino rom-sinto ha avuto in quel periodo in Italia più di 17 probabilità in più di essere dichiarato adottabile rispetto a un bambino non rom-sinto, detto altrimenti, poco meno di 20 probabilità in più di essere allontanato dai propri genitori naturali”.

Numeri aggiornati riferiti alla sottrazione di minori rom presenti nelle baraccopoli laziali, li troviamo nella ricerca Mia madre era rom”. L’indagine ha mostrato come dal 2006 al 2012 sia stato segnalato al Tribunale per i Minorenni di Roma il 6% della popolazione rom minorenne, ovvero 1 minore rom su 17. Pertanto nel Lazio, rispetto a un coetaneo non rom, un minore rom ha circa 60 possibilità in più di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, circa 50 possibilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità e quasi 40 possibilità in più di essere dichiarato effettivamente adottabile.

Nulla a che fare con la strage di Erode? In realtà, in base al secondo articolo della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 9 dicembre 1948, a cui l’Italia ha aderito con la legge n.153 dell’11 marzo 1952, uno degli atti riconosciuti per giungere al genocidio di un popolo è quello del “trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro“.

Le pesanti parola dell’assessora Donazzan ci aiutano ad attualizzare i diversi volti delle festività natalizie e nel contempo a riscoprire, come indicatore della giustizia sociale, la direzione intrapresa dal flusso unidirezionale dei bambini, spostati da una povera “mangiatoia” a una calda culla. Ieri come oggi.