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Banche, ora Renzi rivendica il salvataggio di Unicredit con il fondo Atlante. Ammettendo che era tutt’altro che privato

L'ex premier, nella foga di rivendicare, ammette quindi - cosa che Visco e Padoan si sono ben guardati dal fare e, soprattutto, dallo scrivere - che il fondo era in realtà un’entità pubblica che rispondeva al governo, creata per aggirare le regole europee

Matteo Renzi e Matteo Orfini scrivono a Repubblica per rivendicare (usano proprio questo termine) molte cose tra cui, testuale, “l’operazione Atlante che ha impedito tra gli altri la distruzione di un pezzo fondamentale del sistema bancario, segnatamente Unicredit, come sanno tutti gli addetti ai lavori e non solo loro”. Cosa c’entri Orfini con la genesi, lo sviluppo e la triste fine del Fondo Atlante è tutto da capire: a parte giocare alla playstation con il capo, il presidente del Pd non ha ricoperto incarichi nel governo Renzi né ha mai avuto ruoli che potessero in qualche misura portarlo anche solo nelle vicinanze dei tavoli in cui sono state discusse e decise le soluzioni concrete da adottare per far fronte alla crisi bancaria.

L’unica, remota possibilità per rivendicare una qualche “paternità” su Atlante da parte di Orfini – ma tenderemmo ad escluderla – è che ci abbia messo del suo, affiancando in qualità di investitore Cdp, Poste, Fondazioni bancarie, assicurazioni e istituti di credito. Renzi, invece, era presidente del Consiglio in carica e ha dunque titolo. Della questione parla anche con il Corriere della Sera in questi esatti termini: “Io, Padoan e Visco, creando il fondo Atlante, abbiamo quindi salvato Unicredit”.  Una boutade che trae spunto da una briciola di verità: non a caso, ne abbiamo parlato dando conto dell’audizione in Commissione banche dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni. Ghizzoni aveva infilato la sua banca in un brutto pasticcio fornendo la garanzia per l’aumento di capitale da 1,8 miliardi di Popolare Vicenza. Una storia, questa, risultata poi determinante per decidere l’avvicendamento al vertice dell’istituto di Piazza Gae Aulenti e l’arrivo del nuovo amministratore delegato Jean-Pierre Mustier, artefice del successivo rilancio della banca.

Occorrerebbe però anche capire chi aveva spinto Ghizzoni e Unicredit a farsi garanti per la Popolare di Vicenza, giudicata da tutti – governo e Banca d’Italia in primis – la vera emergenza nazionale, capace di innescare una crisi sistemica devastante. In quei giorni drammatici quali pressioni e sollecitazioni sono state esercitate sui grandi banchieri per indurli a intervenire a sostegno delle due banche venete? Chi e perché ha permesso che Unicredit – che pure aveva non pochi problemi – si esponesse a tal punto, salvo poi ritirarsi all’ultimo e solo e soltanto perché nel frattempo era stato messo in piedi un fondo formalmente privato, ma a regia pubblica – il fondo Atlante appunto – che poteva rilevare gli impegni assunti da Ghizzoni scaricando i costi sul “sistema” (e sulla stessa Unicredit che, come Intesa Sanpaolo, in Atlante ha versato un miliardo di euro)? Renzi ora rivendica il “salvataggio” di Unicredit senza spiegare come mai la banca guidata da Ghizzoni si era infilata in quel pasticcio. E l’ex premier, nella foga di rivendicare, ammette quindi – cosa che Visco e Padoan si sono ben guardati dal fare e, soprattutto, dallo scrivere – che il fondo Atlante era in realtà un’entità pubblica che rispondeva al governo, creata a bella posta per aggirare le regole europee. L’abbiamo sostenuto fin dal primo giorno. Ora ne abbiamo anche la conferma. Ma quanti danni rischia di fare alla già scarsa reputazione internazionale del Paese questa ennesima boutade dello statista di Rignano?