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Mafia Foggia: storia di Giovanni Panunzio, un ‘uomo libero’ ucciso perché non aveva paura dei clan

Dicembre 1989. Stavamo cenando nella nostra villetta bifamigliare. Squillò il telefono. Mia moglie prese la telefonata. La voce dall’altra parte della cornetta disse così: “Avvisa don Giovanni di preparare 2 miliardi di lire”. Eravamo vicini al Natale, papà pensò a uno scherzo di pessimo gusto. Ma nei giorni seguenti arrivarono altre chiamate, spesso a notte fonda e sempre più insistenti.

Da allora nulla sarà più come prima nella vita di Giovanni Panunzio e dei suoi cari, ad iniziare dal figlio Michele – braccio destro nell’azienda di famiglia – che oggi ripercorre la sua storia con ilfattoquotidiano.it. Dall’altra parte della cornetta c’era un uomo della mafia foggiana. I clan volevano il pizzo, la “stecca” sui suoi appalti: per ogni mattone, la loro parte. Ma Panunzio non voleva pagare.

Non si perse d’animo. Continuò a fare la vita di sempre, andava nei cantieri al mattino presto per salutare gli operai. Era preoccupato, certo, ma non cambiò le sue abitudini. Papà era un uomo libero e libero voleva rimanere, a costo di sacrificare la propria vita. Si era fatto da solo. Orfano a nove mesi, non ha avuto possibilità di studiare. Lavorava già da bambino, distribuendo il pane casa per casa. Intraprendente, iniziò a fare l’aiuto-carpentiere nei cantieri. Studiò le tecniche e diventò lui carpentiere. Poi la prima azienda: iniziò a costruire in provincia, qualche tempo dopo arrivò in città. Dava lavoro a più di 70 persone.

E quelle richieste non aveva alcuna intenzione di prenderle in considerazione. Anzi: appuntava nomi, date, orari e sospetti in un’agenda.

Scriveva tutto quel che succedeva. Arrivò a dirlo anche ai suoi interlocutori, quando capiva che lo avevano avvicinato come intermediari: “Sappi che se sei venuto per il pizzo, io sto scrivendo tutto”. Il memoriale venne sequestrato: ci fu un’indagine perché altri costruttori non avevano detto no alle richieste estorsive. Perquisirono anche lo studio di mio padre. Chiesero di aprire la cassaforte e dentro c’era l’agenda con tutti gli appunti. Sulla copertina aveva scritto: “Per mia moglie, nel caso dovesse succedermi qualcosa”.

Sapeva, Giovanni Panunzio, che qualcosa sarebbe successo. Anche perché confermò tutto ai magistrati. Per questo aveva comprato auto blindate per tutti e un giubotto antiproiettile per sé e suo figlio. Il 6 novembre 1992 si era seduto tra i banchi del pubblico durante il consiglio comunale che in quelle ore era chiamato ad approvare il Piano regolatore generale della città. Se n’era andato verso le 21, a bordo della sua Y10, l’unica non blindata, acquistata appena una settimana prima. Svolta a destra, poi a sinistra, l’imprenditore è in via Napoli quando una moto lo affianca. A bordo ci sono due persone, sparano quattro colpi di revolver calibro 38. Lo colpiscono alle spalle, al polso sinistro e alla gola. Giovanni viene trasportato d’urgenza in ospedale, dove muore poche ore dopo.

Papà ha sacrificato la vita per la legalità e la sua dignità. Ma le istituzioni non percepiscono le difficoltà di chi si ritrova a vivere certe situazioni: ho perso mio padre a 28 anni e con lui se n’è andato anche il nostro lavoro. Subito dopo la sua morte, le banche ci hanno chiuso le porte in faccia. Siamo stati costretti a svendere il patrimonio per pagare i debiti e io ho dovuto rimettermi in marcia. A Foggia si dice che “sul cotto abbiamo fatto l’acqua bollita”.

Su un cibo già cotto, insomma, qualcuno ha buttato dell’acqua bollente. Peggiorando la situazione. E per di più, la storia di Panunzio è una storia dimenticata. Come quelle degli altri costruttori foggiani vittime della mafia. Nicola Ciuffreda, assassinato nel suo cantiere il 14 settembre di due anni prima; Eliseo Zanasi, gravemente ferito nel 1988; Salvatore Spezzati, miracolosamente sopravvissuto a diverse pistolettate in faccia un anno più tardi.

Mio padre ha denunciato, ha collaborato, non si è tirato indietro. Ma quando l’hanno fatto fuori, la cosa principale sarebbe stata seguire la famiglia. Invece non è accaduto. Lo Stato dovrebbe prendersi a cuore il dopo. Per diverso tempo i delinquenti siamo stati noi: quando incontravo soggetti malavitosi nei bar della città, me ne andavo; mia moglie è stata cacciata da alcuni commercianti, perché i mafiosi avevano impedito loro di venderci i vestiti.

Sono passati 25 anni dall’omicidio di Giovanni Panunzio. La vita di Michele e degli altri figli è radicalmente cambiata. E cosa è cambiato a Foggia?

Foggia è rimasta così com’era: la situazione è insostenibile. Quasi tutti, lo raccontano le statistiche, pagano il pizzo. Solo ultimamente c’è stato sun segnale forte da parte delle istituzioni. La situazione è peggiore di quella del 1992.

Poche settimane fa, la Sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura ha sintetizzato così la sua visita in Capitanata, dedicata all’ascolto di magistrati e forze dell’ordine: negli ultimi anni, gli imprenditori del Tavoliere vittime di estorsioni hanno “un atteggiamento di volontaria sottomissione al fenomeno mafioso” che si manifesta nella ricerca in prima persona delle persone legate alla Società Foggiana e alla mafia garganica per pagare il pizzo “anticipandone in tal modo la richiesta”. Un comportamento assunto non “per lucrare vantaggi”, ma figlio della rassegnazione nel sapere che gli affari e la loro stessa vita “non possono affrancarsi dalla protezione mafiosa”.

A me la rabbia non è mai passata e vorrei che si ribellassero tutti. Ma, lo confesso, comprendo chi ha visto il sacrificio di mio padre e cosa ha prodotto e oggi mi dice: “Tu anziché andare avanti, sei andato indietro”. E cosa devo rispondere io? Lo Stato dice di voler cercare le imprese lontane dalla mafia, quelle pulite, che non si piegano. Ma se paghi in prima persona, alla fine chiudi. Nessuno ci ha aiutato dopo. Nessuno. 

Dopo la strage di San Marco in Lamis dello scorso 9 agosto, nella quale sono morti due contadini innocenti, scambiati per guardaspalle del presunto boss Mario Luciano Romito, da più parti è stata chiesta una “rivoluzione”. Una “nuova resistenza”, la definì a ilfattoquotidiano.it la vice presidente di Libera, Daniela Marcone, anche lei foggiana e orfana per mano della mafia. Un cambio di atteggiamento nei confronti di quella mala rimasta confinata nelle cronache di provincia per trent’anni, mentre ammazzava 300 persone e taglieggiava centinaia e centinaia di imprenditori e commercianti. Ricordare chi come Giovanni Panunzio ha detto no, è il primo passo per iniziare un lungo e tortuoso cammino.

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