Capitoli

  1. Elezioni Sicilia, dai debiti alle riforme flop fino all’emigrazione: le emergenze che si troverà sul tavolo chi vincerà le regionali
  2. Alchimie, Gattopardi e riforme flop: le mille chiavi di Sicilia 
  3. Disoccupati e occupati: il lavoro lo dà Mamma Regione
  4. L'Eldorado dei dirigenti 
  5. I debiti: 8 miliardi di euro 
  6. I fondi europei? Usati come "tampone"
  7. Di cultura non si vive. E dalla Sicilia si emigra
Politica

Elezioni Sicilia, dai debiti alle riforme flop fino all’emigrazione: le emergenze che si troverà sul tavolo chi vincerà le regionali

La disoccupazione record, i troppi dipendenti pubblici, il pasticcio delle province e gli otto miliardi di debiti. E poi i fondi europei, l'export che non è fatto di arance e cannoli ma sopratutto di petrolio e derivati, l'emigrazione. Ma anche i musei e i templi invidiati da tutto il mondo ma solo sulla carta visto che sono gestiti in perenne passività. Ecco i dossier incandescenti che si troverà sul tavolo il futuro governatore dell'isola

I disoccupati sono il doppio rispetto a quelli del resto del Paese. I dipendenti della Regione, invece, non si contano più: nessuno – ancora oggi – sa bene quanti siano, dove lavorino e con quali risultati. Sono certi, invece, i numeri dei dipendenti delle province ma da mesi, anzi anni, una riforma flop riscritta tre volte li ha relegati al ruolo di fantasmi. Poi, ovviamente, ci sono i debiti: 8 miliardi di euro, almeno stando all’ultimo calcolo della corte dei Conti: più di 5 miliardi sono mutui, 34 milioni solo gli interessi pagati nel 2016 su alcuni contratti “derivati” accesi a suo tempo da Totò Cuffaro. Certo ci sono anche le ricchezze: l’export che non è fatto di arance e cannoli ma sopratutto di petrolio e derivati. I musei e i templi invidiati da tutto il mondo ma solo sulla carta visto che sono gestiti in perenne passività. Un rosso al quale non hanno giovato neanche gli ormai mitologici fondi europei, ingoiati a miliardi da un’isola che evidentemente non ha sete soltanto di acqua. E che anno dopo anno perde migliaia di giovani, soprattutto istruiti, soprattutto laureati.

Comunque vada sarà un disastro. O meglio: il tentativo di non precipitare nel disastro. Ed è un futuro che spetta a chiunque avrà la fortuna – se si può chiamarla così – di vincere le elezioni regionali in Sicilia: dal giorno dopo si troverà sul tavolo una serie di dossier incandescenti. Rapporti fatti di numeri, statistiche e percentuali che corrispondono ai volti di cinque milioni e mezzo di siciliani. E a un’isola che nel marzo scorso l’Unione Europea piazzava al 237esimo posto per competitività su 263 regioni: ultima per distacco in Italia, peggio anche della Calabria e della Puglia. Le emergenze dopo anni di governi di destra (tutta la seconda Repubblica), sinistra (gli ultimi 5 anni) e centro (dall’unità d’Italia in poi) non si contano più, né è possibile classificarle in ordine di rilevanza: un ordine, semplicemente, in Sicilia non c’è, non esiste.  “L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto“, è una delle celebri – e più abusate – impressioni lasciate ai posteri da Johann Goethe, duecento anni fa tondi.

Due secoli dopo di chiavi in Sicilia ce ne sono ancora parecchie ma non si capisce bene cosa possano aprire. Di sicuro le regionali potrebbero essere la chiave di una qualche serratura politica, a pochi mesi dalle elezioni nazionali. Se dovesse l’isola laboratorio andare in dote al pentastellato Giancarlo Cancelleri sarebbe una botta durissima per il Pd di Matteo Renzi, che con il suo candidato Fabrizio Micari – sostenuto anche da Angelino Alfano – rischia di subire la rimonta addirittura del bersaniano Claudio Fava. Viceversa in caso di vittoria di Nello Musumeci, il centrodestra batterebbe un colpo forte, anzi fortissimo: uniti si riprendono l’isola del Gattopardo presentando più o meno le stesse facce di sempre. Silvio Berlusconi, Gianfranco Micciché, Lorenzo Cesa: altro che cambiare tutto per non cambiare nulla. Non cambiare nulla, e basta.