Politica

Giulio Regeni, Renzi applica il “metodo-Visco”: attacca la reticente prof di Cambridge per nascondere l’immobilità dei governi Pd

Con un tweet il segretario cavalca l'inchiesta pubblicata da "La Repubblica" sul ruolo di Maha Mahfouz Abdel Rahman, tutor di Giulio e committente del suo studio sugli ambulanti del Cairo. Il messaggio in controluce a pochi mesi dalle elezioni: parte della responsabilità della morte del ricercatore ricade sulla prof che lo manipolava per i suoi fini e gli esecutivi dem hanno fatto il loro dovere. Un quadro in cui si dissolvono anche le responsabilità dell'"amico" Al Sisi

“Per Giulio Regeni chiediamo solo la verità. I prof di Cambridge nascondono qualcosa? #verità“. Con un cinguettio di buon mattino Matteo Renzi sale sul volano dell’inchiesta pubblicata da La Repubblica sul ruolo e le molte opacità inanellate da Maha Mahfouz Abdel Rahman, docente, tutor di Giulio e committente del suo studio sugli ambulanti del Cairo. E la storia recente si ripete: le elezioni si avvicinano e il segretario del Pd prova a rifare la verginità del suo governo sul caso del ricercatore di Fiumicello torturato e ucciso in Egitto. Lo fa applicando alla vicenda quel metodo-Visco usato per far ricadere sul governatore di Bankitalia le colpe della crisi che negli anni in cui il segretario del Pd sedeva a Palazzo Chigi ha stritolato diversi importanti istituti di credito. Il messaggio è in controluce: buona parte della responsabilità della morte di Giulio ricade sulla prof che lo manipolava per i suoi fini e i due governi targati Pd hanno fatto tutto il possibile per raggiungere la verità. Un quadro in cui si annacquerebbero fino a dissolversi anche le responsabilità dell'”amico” Al Sisi.

 

 

Il caso Regeni deflagra il 3 febbraio 2016, giorno in cui il corpo viene ritrovato, straziato dalle torture, lungo l’autostrada che collega la capitale con Alessandria. Ma per comprendere le scelte fatte dal governo nella gestione del dossier bisogna allargare il quadro e tornare indietro di alcuni mesi: il 30 agosto 2015 l’Eni annuncia la scoperta di un importante giacimento di gas “presso il prospetto esplorativo denominato Zohr” in acque territoriali egiziane. Un “giacimento supergiant che presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas”, si legge nel comunicato. In pratica “la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo”, una delle maggiori “a livello mondiale”. La corrispondenza di amorosi sensi tra Roma e il Cairo è ai massimi livelli e il legame resta saldo anche dopo la scoperta del cadavere e le reticenze e i depistaggi (dall’incidente d’auto, alla vendetta per motivi personali, fino alla pista delle relazioni omosessuali) da subito inanellati dalle autorità egiziane: “Non accetteremo una verità artificiale e raccogliticcia. Non c’è business o realpolitik che tenga – scandisce l’allora premier il 21 febbraio all’assemblea del Pd – noi dagli amici vogliamo la verità, sempre, anche quando fa male”. Quello stesso giorno, nelle stesse ore, il Ministero del Petrolio e delle
Risorse Minerarie egiziano firma il contratto che accorda a Eni, tramite la Egyptian Natural Gas Holding Company, lo sfruttamento dei giacimenti offshore di Zohr.

Tre settimane dopo il volto dell'”amico” Al Sisi campeggia sulla prima pagina de La Repubblica“Vi prometto la verità sulla morte di Giulio Regeni”, titolava il quotidiano romano il 16 marzo un’intervista firmata da direttore e vicedirettore in cui il generale definisce il premier “un vero amico mio e dell’Egitto” e promette: “I nostri sforzi continueranno notte e giorno finché non avremo trovato la verità e finché non avremo arrestato i colpevoli”. Peccato invece che al Cairo gli investigatori inviati da Roma trovino tutte le porte chiuse e i colleghi locali offrano su un piatto d’argento piste inverosimili come quella della banda di rapinatori sterminata attorno al 20 marzo, tanto che l’8 aprile il ministero degli Esteri Paolo Gentiloni richiama l’ambasciatore Maurizio Massari. Lì gli “sforzi” del Cairo si interrompono all’istante: l’11 aprile la Procura generale chiude il fascicolo: “Le nostre indagini si fermano qui, il caso Regeni è ora una questione diplomatica”, fa trapelare sulla tv governativa Al Youm 7 il procuratore Nabil Ahmed Sadek.

Il 20 aprile a ricucire con l’altra sponda del Mediterraneo si fanno avanti i nuovi alleati del premier: Lucio Barani e Francesco Amoruso, verdiniani da mesi stampella della maggioranza in Parlamento, rilasciano un’intervista sulla televisione Sada El-Balad: la morte di Regeni, spiegano, è “un episodio sfortunato“. “Comprendiamo – dicono i due – il rifiuto dell’Egitto di fornire milioni di tabulati telefonici. Siamo certi che il governo egiziano non può essere coinvolto in questo incidente, per questo chiediamo al nostro amico il presidente Al Sisi di fare il possibile per svelare la verità”. La preoccupazione è una sola: “Nulla può interrompere i rapporti tra Italia ed Egitto (che valgono tra i 4 e i 5 miliardi di euro l’anno,  ndr). Sarebbe assurdo se i francesi o gli spagnoli prendessero il posto dell’Eni“. Che è presente nel Paese dal 1954 ed estrae circa 200mila barili d’olio al giorno.

Intanto a Roma, nel profluvio di dichiarazioni di facciata, a metà giugno la Farnesina nomina Giampaolo Cantini nuovo ambasciatore senza inviarlo al Cairo e solo tra il 29 giugno e il 6 luglio il Parlamento riesce a fare un piccolo gesto concreto: nel decreto missioni prevede un codicillo che blocca le forniture dei pezzi di ricambio degli F16, respingendo i tentativi di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, che giudicano la mossa “un grave errore politico”. Poi più nulla, anzi: continua la corsa a rassicurare l’alleato Al Sisi. A inizio agosto il fido Barani vola in Egitto con 5 imprenditori, torna davanti alle telecamere di Sada El-Balad per ribadire che “il governo Al Sisi è vittima del caso” e si fa intervistare da un numero imprecisato di tv e giornali: il 9 Al Ahram, quotidiano più importante del Paese, titola: “Barani: il governo egiziano non è il responsabile del caso Regeni, bisogna togliere gli avvisi di viaggio in Egitto”.

Mentre i mesi trascorrono e i magistrati della Procura di Roma guidati da Giuseppe Pignatone faticano a fare breccia nel muro di gomma innalzato dagli egiziani, si susseguono le promesse di circostanza – “Non smetteremo mai di cercare la verità”, assicura il 17 gennaio 2017 Angelino Alfano, nel frattempo traslocato dal Viminale alla Farnesina – e passa un altro anno. Si arriva a Ferragosto, quando l’esecutivo tenta il colpo gobbo: nel tardo pomeriggio del 14 agosto, con gli italiani al mare con il corpo e con lo spirito, gli inquirenti segnalano il “passo avanti nella collaborazione” dovuto al fatto che il procuratore del Cairo Nabil Ahmed Sadek ha appena trasmesso ai colleghi di Roma gli atti relativi a nuovi interrogatori: negli stessi minuti Alfano annuncia che l’ambasciatore italiano farà ritorno al Cairo. “Giulio non verrà dimenticato – assicura il ministro, con fare serio – contro l’oblio gli verrà intitolata l’Università italo-egiziana, l’auditorium dell’Istituto Italiano di Cultura a Il Cairo e verranno organizzate cerimonie commemorative”. A chiamare le cose con il loro nome è la famiglia di Giulio: “La decisione di rimandare ora, nell’obnubilamento di ferragosto, l’ambasciatore in Egitto ha il sapore di una resa confezionata ad arte“.

Ma il peggio deve ancora venire. Non passano che poche ore, che il 15 agosto il New York Times getta sul tavolo la bomba: “Abbiamo trovato prove incontrovertibili sulla responsabilità di funzionari egiziani”, rivelava una fonte dell’amministrazione Obama al quotidiano della Grande Mela, secondo cui gli Stati Uniti “passarono la raccomandazione al governo Renzi“. ”Non era chiaro chi avesse dato l’ordine di rapire e, presumibilmente, di ucciderlo”, rivelava un’altra fonte. Ma quello che gli americani sapevano per certo – e che hanno condiviso con gli italiani – era che la leadership egiziana era totalmente consapevole delle circostanze della morte di Regeni. Palazzo Chigi non può che ammettere, specificando: “Nei contatti tra amministrazione Usa e governo italiano non furono mai trasmessi elementi di fatto”. Il 21 agosto fonti di Washington confermano a La Stampa: “Roma sapeva” che l’amico al Sisi sapeva.

La verità – e il tweet di Renzi di questa mattina – alla fine la lascia trasparire Alfano il 4 settembre alle Commissioni Esteri, tratteggiando in una disarmante lezione di realpolitik l’unica certezza emersa fino a questo momento: quella lasciata dalla vicenda Regeni è una “grave ferita per le nostre coscienze”, ma “l’Egitto è partner ineludibile dell’Italia esattamente come l’Italia è partner ineludibile dell’Egitto”. Il 15 settembre le due questioni si fondono e tutto diventa improvvisamente chiarissimo: Alfano incontra a Londra il capo della diplomazia egiziana Sameh Shoukry e i due esprimono “il loro impegno a proseguire la cooperazione e il coordinamento per completare le indagini in corso sulla vicenda di Giulio Regeni” e “il loro desiderio a rafforzare e sviluppare le relazioni politiche, economiche, militari e sulla sicurezza, sui tema dei migranti, della lotta al terrorismo e sulla cooperazione nel settore dell’energia, con riferimento al campo di Zohr nel Mediterraneo da parte dell’Eni”. L’Egitto, prosegue la nota del ministero degli Esteri del Cairo, “è pronto ad agevolare gli investimenti italiani e si augura un ritorno alla normalità del turismo italiano” nel suo Paese. Tutto è chiarissimo. Tout est pardonné.