Donne

Molestie sul lavoro: quando a toccarti è il tuo capo, stai subendo violenza

Quella volta che uno dei deputati (oramai ex) per i quali lavoravo mi bloccò nell’angolo delle fotocopie, mi baciò e mi strinse forte palpandomi quasi fossero preliminari di un rapporto tutt’altro che professionale.

Quella volta che lo raccontai ad altri con i quali lavoravo e qualcuno disse “ci parlo io”. Non servì a nulla perché anche davanti a tutti mi palpò sebbene fosse chiaro quanto io fossi paralizzata, imbarazzata, con la paura di poter dire o denunciare pubblicamente, pena la perdita del posto di lavoro. Il mio contratto non fu comunque rinnovato. Dopo tanti anni mi rendo conto di quanto io mi sentissi sbagliata all’epoca. Pensavo fosse colpa mia, per i pantaloni aderenti, la camicetta che lasciava intravedere un po’ di seno, la minigonna che esponeva altri centimetri di carne. Di fatto, fino alla conclusione del mio contratto, dovetti nascondermi, quando ero sola in ufficio e lui stava nei dintorni, per evitare ulteriori molestie.

Quella volta che il mio datore di lavoro che stava a capo della gestione di un ristorante/pizzeria mi palpò pesantemente lasciandomi intendere molto chiaramente che la cosa era compresa nel rapporto di lavoro. Lavoro nero. Sottopagato. Che mi era indispensabile per campare in un periodo in cui dovetti svolgere due lavori, uno di giorno e uno di sera/notte, per poter pagare l’affitto e le bollette.

Io ci credo al fatto che chi viene molestata sul posto di lavoro possa non essere in grado di reagire. Conosco personalmente l’effetto che fa e conosco anche i dubbi che arrivano quando pensi che a dire quello che ti è successo potresti perdere il lavoro e potresti comunque – tu – essere additata come colpevole.

C’è la gogna per quelle che parlano subito e c’è anche per quelle che parlano dopo anni che servono per elaborare quello che hai vissuto, per cancellare la vergogna e il senso di colpa, per dire a te stessa che quello che ti è successo non è giusto. Te la sei cercata o sei pura merda perché non hai parlato, pur avendo chiaro che in genere tutti quelli che ti stanno attorno sanno e non parlano. Te la sei cercata se chi ti ha molestato è “italiano” o viene crocifisso il mostro se lo ha fatto uno straniero.

Il fatto che esisti, che hai bisogno di lavorare, non dà a nessuno il diritto di approfittarsi della posizione di potere che esercita su di te. Qualunque cosa succeda, se anche ti sei detta che starci era il prezzo minore, nessuno deve permettersi di giudicarti perché quel che hai fatto lo hai fatto a partire da una posizione di subordinazione. Tu la dipendente e lui il datore di lavoro. E se chi ti addita come colpevole non riconosce la gerarchia, è sicuramente in malafede.

Non meriti il moralismo di chi pensa che se non hai parlato è stato per fare “carriera”. Non meriti il giudizio di chi pensa solo a separare le donne in sante e puttane. Quelle che non la danno e quelle che forse l’hanno data per non perdere il posto di lavoro. Avrei potuto fare lo stesso e in ogni caso sarebbe stato lui a sbagliare. Avrei potuto tollerare o fingere e nessuno avrebbe comunque il diritto di giudicarmi.

L’odio nei confronti delle donne che l’hanno fatto lo abbiamo visto bene nel tempo antifemminista in cui le manifestazioni antiberlusconiane venivano celebrate a suon di “zoccole” e “troie” per quelle che sceglievano di farlo. Giudicate dalle sante e martiri che dicevano che avrebbero piuttosto preferito guadagnare lavando le scale, senza capire che la vagina non è che una parte del corpo che viene prestata per guadagnare, esattamente com’è per l’uso delle braccia, delle gambe, della schiena, della testa. Il punto quindi non riguarda quelle che vendono prestazioni sessuali ma quelle che non hanno scelta. Quelle che sono obbligate dalle circostanze pur avendo messo in chiaro che il loro lavoro è un altro.

Tutto il mio rispetto alle sex workers che ricevono anch’esse molestie e violenze da parte di chi ritiene che i servizi sessuali siano una roba da regalare a quelli che ricattano le straniere per un permesso di soggiorno o a quelli che non capiscono che esigere prestazioni gratuite da una sex worker è stupro. Violenza di genere è il victim blaming che non è, come ha scritto qualcuno, un concetto nuovo, ma esiste da tanto, esattamente dal momento in cui si è dato un nome all’esercizio di colpevolizzare della vittima.

Infine, dueparoledue sulla campagna #metoo o #quellavoltache alla quale molte vittime di violenze non aderiscono perché hanno diritto alla loro privacy e non vogliono esporsi per poi essere messe alla gogna. Se non partecipate non siete “meno”. Abbiamo ancora il diritto di esigere rispetto per la privacy e questo non fa di voi delle donne che avrebbero meno coraggio delle altre che raccontano apertamente. Il coraggio è quello che ti permette di andare avanti, di sopravvivere alle violenze confidando, a spalle dritte, sulla tua capacità di superare la criminalizzazione delle tue denunce.

Ringrazio ilfattoquotidiano.it per l’iniziativa che vuole dare voce alle denunce da parte delle vittime di violenze sul lavoro (la casella di posta a cui inviare le storie è tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it). Se ti sei sentita violata, se mai hai espresso consenso davanti a chi ti ha messo le mani addosso, quella che hai subito è violenza. Raccontala. Anche anonimamente. Può aiutare altre. Può aiutare anche te.

Ps: tutta la mia solidarietà ad Asia Argento. Una considerazione: non basta essere donne per essere femministe, empatiche e solidali. Non si va d’accordo perché in possesso degli stessi organi genitali. Trovo che anzi vada compreso il conflitto perenne, la differenza tra tante perché persone, ciascuna con caratteristiche e idee differenti. Trovo infine che vada compreso il fatto che molte donne sono veicolo di sessismo e praticano victim blaming. Serve dirlo. Serve ricordarsene.