Tecnologia

Sarahah viola i dati personali, l’anonimato di Fantozzi con l’accento svedese

Mi stupisco che ci si stupisca. Lo sbigottimento dinanzi alla notizia che una app violi la nostra riservatezza mi sembra davvero eccessivo. Chi installa programmini e applicazioni sui dispositivi elettronici a disposizione – e in particolare su quelli “mobili” che lo accompagnano ovunque – dovrebbe sapere che i software non sono mai così trasparenti come ci farebbe piacere poter credere. Poco importa se ottenute gratuitamente o dietro il pagamento di una piccola somma, le app non esitano a farsi spazio nella memoria del tablet o dello smartphone: non cercano solo la manciata di megabyte liberi in cui andare a installarsi, ma vanno soprattutto a curiosare nelle cartelle e nei file che il legittimo possessore conserva e che probabilmente è convinto di custodire lontano da occhi indiscreti.

Una volta scaricata da uno dei tanti diversi store una qualsivoglia app senza la quale si è convinti di non poter vivere, selezionando l’opzione Installa si riceve una laconica comunicazione che spiega che l’operazione può essere conclusa solo accordando il permesso di accedere liberamente ad alcuni dei cassetti virtuali più riservati del nostro giocattolo informatico. Si ha così modo di scoprire che il software tanto ambito ha necessità di prendere visione (e possesso) della nostra rubrica colma di numeri telefonici e indirizzi mail, dell’agenda con gli appuntamenti prossimi ma anche con la storia dei nostri ultimi mesi, delle fotografie scattate magari con il posizionamento ottenuto con la geolocalizzazione e così a seguire.

Proprio qualche giorno fa, desiderando verificare il credito a disposizione sulla mia utenza mobile ho pensato di far ricorso all’applicazione MyWind, che il mio gestore mette a disposizione dell’utente che vuol tenersi informato sul rapporto di fornitura di connettività. Ultimato il download e dato l’ok a rendere operativa l’applicazione ho preso atto che il fornitore di servizi telefonici mi avrebbe fatto sapere quanti euro avevo ancora da spendere, a condizione che io garantissi semaforo verde all’acquisizione di foto e video, alla lettura dei contatti personali (e quindi a ficcanasare tra i recapiti di amici e parenti certo non interessati alla divulgazione delle loro utenze), all’invio e alla lettura di sms, alla mia posizione (addirittura con “modalità approssimativa” e con “modalità precisa”), al libero movimento negli spazi di archiviazione (comprensivo della “modifica o eliminazione” e della “lettura dei contenuti” anche sulla scheda Sd).

Il solo insieme degli “accessi” sotto la voce Altro è indicativa della pervasività di un soggetto che il cliente non sospetterebbe mai essere così impiccione: la versione 4.8 dell’app MyWind -testualmente – “può richiedere accesso a disattivazione stand-by del telefono, lettura della configurazione del servizio Google, ricevere dati da Internet, controllo vibrazione, visualizzazione connessioni di rete, accesso di rete completo, esecuzione dell’avvio, visualizzazione connessioni wi-fi”.

A questo punto, può sorprendere la circostanza che il produttore di una app come Sarahah (che permette di insultare in modo anonimo o di minacciare chicchessia senza che la vittima sappia a chi dir grazie di cotanta attenzione) possa astenersi dall’accedere, acquisire, utilizzare o rivendere le informazioni che sono sullo smartphone del malcapitato cliente che si sentiva scaltro e accorto e non sapeva di aver venduto l’anima al diavolo? Vale la pena rammentare che l’anonimato online non esiste.

Qualunque modalità di offuscamento della propria identità prevede l’utilizzo di strumenti o il ricorso a risorse dinanzi ai quali ci si presenta in maniera nitida e inconfondibile. Chi, ad esempio, ricorre a proxy server per non mostrare il proprio numero Ip, non tiene conto che ogni sua azione (ed eventuale malefatta) è ben nota a chi gli ha permesso di mascherarsi. I proxy server, fatte le poche debite eccezioni di indipendenza, sono spesso gestiti da strutture di intelligence o di polizia e ancor più sovente da organizzazioni criminali che un domani sapranno come estorcere il pedaggio al furbetto di turno.

Alle prese con Internet, chi non vuol farsi riconoscere ricorda vagamente il povero Fantozzi che chiama il visconte Cobram per sfuggire a una traumatica competizione ciclistica aziendale. E in Rete non si riesce nemmeno a fare l’accento svedese suggerito dal ragionier Filini.

@Umberto_Rapetto