Mondo

Divorzio all’indiana

Continua l’ondata positiva – all’estero – per l’avanzamento dei diritti umani riconosciuti alle donne. Parliamo in particolare delle associazioni di donne attiviste musulmane, che da qualche mese stanno riuscendo in diverse parti del mondo a portare a casa delle importanti modifiche di legge. Vedi in Tunisia la legge organica per il contrasto alla violenza, o in Giordania il 2 agosto e poi in Libano il 16 agosto l’abolizione del matrimonio riparatore in caso di stupro.

Ma spostiamoci più in là. Per esempio in India. Il Paese è principalmente Hindu, ma ospita la più alta presenza di musulmani al mondo come seconda religione. L’India è ufficialmente un paese secolare, ciononostante permette a musulmani, hindu, cristiani, jainisti, buddisti, parsi, di gestire le relazioni familiari personali come il matrimonio o il divorzio, sulla base anche delle proprie tradizioni, pratiche e dettami religiosi, nel rispetto delle leggi vigenti nel codice civile e nella Costituzione.

Nella comunità musulmana indiana, sino all’altro giorno, un marito che diceva tra volte “talaq” alla moglie poteva divorziare immediatamente da lei. La donna poteva non essere presente o non esserne a conoscenza. L’importante era che l’uomo pronunciasse tre volte la parola davanti a due uomini testimoni, per ritenersi libero dal vincolo del matrimonio. Così le donne venivano abbandonate, deprivate dei figli, della loro dote, di qualsiasi sostegno economico. L’accesso alla giustizia diventava un miraggio e la via dell’ulteriore impoverimento e della miseria è stata spesso l’unica strada sicura che hanno percorso. Ovviamente questa pratica del triplo talaq immediato non poteva essere utilizzata dalla moglie.

Da un anno cinque donne che hanno ricevuto il “triplo talaq immediato”, in cinque differenti Stati dell’India, hanno trovato il coraggio di alzare la voce e chiedere la modifica di questa pratica alla Corte Suprema di Giustizia dell’India assieme ad alcune associazioni per i diritti umani delle donne.

Una di loro era stata lasciata dal marito via telefono, mentre lui era a Dubai a lavorare. Altre due hanno ricevuto il talaq dopo anni di violenze e vessazioni dei familiari dei mariti e dai mariti stessi che chiedevano soldi per la dote già pagata al momento del matrimonio (in India la donna apporta la propria dote). Alcune di loro si sono rivolte ad associazioni di donne che hanno avviato una petizione per chiederne l’abolizione. È stata firmata da oltre 50mila persone.

Il 22 agosto i giudici della Corte Suprema di giustizia dell’India ha emesso la sentenza, anch’essa sofferta, tre voti favorevoli su cinque, dichiarando questa pratica incostituzionale.

Non solo non rispetta la parità tra uomini e donne davanti all’art. 14 della Costituzione Indiana, e è discriminante nei confronti dell’art. 15, ma non può neanche assurgere ad esempio come pratica garantita dai diritti derivanti dal proprio specifico “credo religioso” visto che altri paesi teocratici islamici come il Pakistan non la praticano più da anni. Tanto per fare un esempio, in Turchia non esiste dal 1926, e non esiste neanche in Egitto, in Bangladesh, etc..

Le attiviste dell’associazione di donne Bmma (Bharatya Muslim Mahila Andolon), esultano. Esulta anche il presidente indiano Modi, rinomato per essere simpatizzante degli estremisti Hindu. Alcuni scettici dicono che questa sentenza in realtà ha una ricaduta reale molto bassa. Dall’ultimo censo del 2011, anche se le donne musulmane sono circa 90 milioni in India, la percentuale dei divorzi tra musulmani è dello 0,5%, tra hindu è dello 0,76%.

In realtà questa sentenza mette in luce come mai sino ad oggi le donne musulmane e le loro problematiche. In quale direzione continueranno le loro istanze ora? Il talaq abolito è solo uno tra le tre pratiche esistenti per divorziare. Nella Sharia è utilizzato maggiormente quello in cui dopo il pronunciamento si devono attendere almeno tre lune per prendere una decisione finale. Le donne vorrebbero che sia esteso a loro il diritto di chiedere di divorziare al pari degli uomini.