Società

Ristoranti childfree: vietato l’ingresso a bambini, cani e donne brutte

Prima che nascessero i miei due figli avevo un cane. Siamo stati insieme per 16 anni, io e lui, lui e io. Lo portavo ovunque, almeno ovunque potessi. I ristoranti, ad esempio, erano molto spesso una zona off limits, così come gli aerei. Il cane era di taglia grande, perdeva a volte il pelo, poteva capitare che alitasse sulle caviglie di qualcuno e poi diciamocelo, non era proprio educatissimo.

O meglio, lo era, ma faceva il cane: se vedeva una bistecca fumante nel piatto, come minimo gli veniva la bava alla bocca. Non era un barboncino, era un lupo a cui non ho mai pensato di imporre (per quanto possibile) i limiti che la vita metropolitana imponeva, né quelli imposti da una ragazzina, prima adolescente, poi giovane donne, con la voglia di andare a zonzo. A volte mi limitavo io, altre volte si arrangiava lui.

Parlo di almeno dieci anni fa. Ora le cose sono diverse. Per gli animali c’è più rispetto, anche i locali strizzano un occhio, soprattutto ai cani che entrano nelle borsette. Sono i bambini che non possono entrare.

Sta dilagando in Italia la tendenza “no kids zone” sempre più diffusa anche nei paesi nordeuropei, da sempre considerati baby friendly. Ristoranti e anche qualche spiaggia “per soli adulti”, e non mi riferisco a locali per scambisti ragionevolmente “V.M. 18”, ma banalmente a luoghi dove bambini (e di conseguenza le famiglie) non sono ben accetti. La notizia ha comprensibilmente sollevato non poche polemiche: i bambini non sono animali, non sporcano, non sbavano, non ululano, non perdono peli e non rubano il cibo dai piatti altrui.

Ma ne siamo così sicuri?

Allora, proviamo a ribaltare il punto di vista. I bambini nei ristoranti si annoiano e in spiaggia, a stare sotto l’ombrellone, pure. Voi li portereste in un locale o in uno stabilimento, circondati da adulti per loro noiosissimi, dove non possono fare altro che stare fermi? Intendo fermi, senza tablet. Io non lo farei, ma è anche vero che certe volte non si può fare altrimenti, che ogni tanto anche i genitori hanno bisogno di parlare senza l’animatrice posseduta dai Super Pigiamini in sottofondo. C’è da dire, poi, che questa moda sta dilagando anche nei locali che potrebbero risparmiarsela, dove può pure entrare “Gigi lo zozzone” con la pantegana da passeggio, ma i pupi no.

Allora, diamoci tutti una regolata. Perché se è vero che a volte i bambini frignano (almeno quanto il cane puzza), i divieti non hanno mai giovato a nessuno. In particolare, questo divieto, crea una contrapposizione tra chi ha figli e chi non li ha. La stessa contrapposizione su cui si fondano tanti stereotipi, che pesano sulle donne giudicate per la scelta di non diventare mamme, ma anche su quelle discriminate per la scelta di averli. Di questo passo, inizieremo a vietate l’ingresso anche alle donne brutte, come già avviene in alcuni locali statunitensi. In ogni caso, troppo spesso, è un problema che ricade sul genere.

Allora, la sintesi vera, è che con le contrapposizioni questo paese non è mai andato lontano. All’ exsclusive preferisco l’inclusive, proprio come criterio generale. Piuttosto esporrei il tagliando “qui il pizzo non può entrare”, che non è poi così scontato. Piuttosto inviterei ad uscire i fumatori, chi parla in continuazione al cellulare, chi tiene alta la suoneria del telefonino, chi si crede il padrone indiscusso del locale.

Si tratta di atteggiamenti altrettanto maleducati e fastidiosi, a cui però siamo abituati. Quello a cui non siamo più abituati è pensare a una società integrata, dove il criterio “a misura di bambino” si traduca in ambiente sano, educato, ampio, rispettoso, cordiale, conviviale e dove esistano luoghi e spazi baby friendly nei ristoranti stessi, inseriti però in un contesto di socialità.

Molti genitori, sono sicura, li sceglierebbero. Chi non volesse farlo, che sia libero di piazzare il bambino accanto a un bicchiere di cristallo, ma nella consapevolezza che quanto non è concesso a un adulto (ad esempio la maleducazione), non può essere concesso neanche a un bambino e viceversa. Certo, è più facile separare il mondo in due, ma questa separazione è una semplificazione che non aiuta nessuno.

Non aiuta i bambini a capire che, alcune volte, non si può proprio fare tutto e non aiuta i genitori a metterli di fronte a certi limiti. Se lo volete sapere, non serve neanche a chi non ha figli, perché la contaminazione aiuta a leggere il mondo, un mondo dove (udite, udite) le famiglie esistono non solo nel giorno del family day. Capisco, talvolta è una convivenza difficile, ma non posso rassegnarmi all’idea che era più facile col cane.