Mafie

Totò Riina intercettato a febbraio: “Non mi piegheranno”. I giudici: “Ancora in grado di comandare, resti al 41bis”

Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato per la seconda volta l'istanza di differimento della pena: "Non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero". E sostengono che nonostante l'età e le condizioni non si può escludere che "possa commettere ulteriori gravi delitti". Nell'ordinanza citato anche un incontro video-sorvegliato del 27 febbraio con la moglie: "Non voglio chiedere niente a nessuno. Non mi pento, posso farmi anche 3000 anni no 30 anni". Il legale: "Faremo ricorso"

Totò Riina resta detenuto al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma. Il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha rigettato la richiesta di differimento pena o di detenzione domiciliare presentata dai legali del boss mafioso per ragioni di salute. La sua pericolosità sociale è ancora attuale e i giudici ritengono “degno di nota” un colloquio video-sorvegliato con la moglie, risalente allo scorso 27 febbraio, nel quale il capo dei capi afferma: “A me non mi piegheranno… mi posso fare anche 3000 anni”. E “altrettanto significativo”, scrivono, è un passaggio durante il quale i coniugi “giungono ad affermare che i collaboratori di giustizia vengono pagati per dire il falso”.

Lo scorso 7 luglio, il collegio dei giudici bolognesi presieduto da Antonietta Fiorillo, si era riservato di decidere sull’istanza avanzata dall’avvocato Luca Cianferoni – che il procuratore generale Ignazio De Francisci aveva chiesto di respingere – durante l’udienza che sembrava potesse decidere il futuro del capo dei capi di Cosa Nostra, collegato in videoconferenza con l’aula.

Secondo i giudici, Riina appare “ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa Nostra”, nonostante le sue condizioni di salute e l’età ormai avanzata e “va quindi ritenuta l’attualità della sua pericolosità sociale”. “La lucidità palesata” da Riina e “la tipologia dei delitti commessi in passato (di cui è stato spesso il mandante e non l’esecutore materiale) – si legge nell’ordinanza – fanno sì che non si possa ritenere che le condizioni di salute complessivamente considerate, anche congiuntamente all’età, siano tali da ridurre del tutto il pericolo che lo stesso possa commettere ulteriori gravi delitti (anche della stessa indole di quelli per cui è stato condannato)”.

Nell’ordinanza viene citato anche un colloquio videoregistrato con la moglie, Ninetta Bagarella. L’incontro è dello scorso 27 febbraio e, “nel contesto di uno scambio di frasi su istanze da proporre”, Riina dice: “Io non mi pento… a me non mi piegheranno” e “Io non voglio chiedere niente a nessuno … mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni”. Frasi pronunciate appena 3 mesi prima che la Cassazione affermasse l’esistenza di un “diritto a morire dignitosamente”.

Nello stesso incontro, la moglie gli dice: “Ma tu lo sai che quelli prendono soldi quando dicono queste cose?”. Un riferimento ai pentiti che Riina conferma. Bagarella a quel punto insiste: “E allora… più se ne inventano e più sono pagati, non è che è gratis quando lui dice queste cose che non esistono e perciò! Eh perciò ci vivono tutti! E’ così”. Il colloquio, per il tribunale, è “degno di nota”.

A Parma, oltretutto, sostengono i giudici, è “palese” che vi sia “l’assoluta tutela del diritto alla salute sia fisica che psichica del detenuto”, visto che da oltre un anno e mezzo il boss è “in stanza dotata di tutti i presidi medici e assistenziali necessari alla cura di una persona anziana”. Quindi “non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare”, ragionano Fiorillo e la relatrice Manuela Mirandola. Riina, aggiungono, “viene assistito giornalmente da un fisioterapista” e “dispone quotidianamente, senza necessità di spostamento alcuno, di un importante intervento assistenziale espressamente finalizzato al mantenimento della residua funzionalità muscolare”.

Quello odierno è il secondo rigetto che Riina riceve dal tribunale di Sorveglianza. Dopo la prima pronuncia, su ricorso del boss corleonese, era intervenuta la Cassazione. La Suprema Corte aveva scritto che il tribunale, nel motivare il precedente ‘no’, aveva omesso “di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico”.

I giudici bolognesi, già allora, avevano ritenuto che non vi fosse incompatibilità tra l’infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. Insomma: nonostante fosse malato, il boss poteva tranquillamente rimanere in cella.

Un giudizio bocciato dalla Suprema corte che sottolineava come il giudice debba verificare e motivare “se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità” da andare oltre la “legittima esecuzione di una pena”. Le risposte dei giudici alle considerazioni della Cassazione sono contenute nel ragionamento relativo alla “assoluta tutela del diritto alla salute” garantito a Parma e in quel “ancora in grado di intervenire nelle logiche di Cosa Nostra”.

Quando si è tornati davanti dai giudici, l’avvocato Cianferoni ha mostrato una relazione di quattro pagine proprio dell’ospedale emiliano che, a suo avviso, certificherebbe “l’aggravarsi progressivo e netto del quadro clinico di Riina”. Non è bastato per convincere i giudici. Subito dopo il deposito dell’ordinanza, il legale di Riina ha definito l’ordinanza “ampiamente ricorribile” e ha annunciato, di conseguenza, che “sarà oggetto di ricorso”.