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Marocco: nella Rif, la regione che lotta per il lavoro e non per l’indipendenza

di Alberto C. Sciarrone

Le manifestazioni nella regione del Rif, nel Marocco settentrionale, sono continuate anche durante la festività del Ramadan; nate all’indomani della morte del pescivendolo Fikri nell’ottobre del 2016, queste proteste pacifiche hanno ottenuto una massiccia partecipazione della popolazione locale e sono le più imponenti dal 2011, anno delle “primavere arabe”.

Le proteste hanno dato origine ad un movimento denominato “Movimento Popolare” (Al-Hirak Al-Shaabi) il cui leader, Nasser Zefzafi, è stato arrestato il 29 maggio per “aver ostacolato la libertà di culto all’interno della moschea di Mohammed V ad Al-Hoceima”, oltre ad essere stato accusato arbitrariamente di operare per conto dello Stato Islamico, dello storico nemico – l’Algeria – e anche per il Polisario. Zefzafi si è mostrato in diverse interviste con il ritratto di Abdelkrim al-Khattabi, leader della resistenza contro i coloni spagnoli e francesi, mentre nelle recenti manifestazioni sono apparse bandiere berbere e dell’antica repubblica del Rif.

Tuttavia il movimento non vuole né la separazione né l’autonomia della regione dal Marocco e rifiuta qualsiasi connotazione politica e accuse di infiltrazioni di potenze straniere. Le rivendicazioni dei manifestanti mirano allo sviluppo locale con la richiesta di investimenti e la creazione di posti di lavoro e nuove infrastrutture, come ospedali e università, e alla lotta all’abuso di potere e alla corruzione (secondo l’organizzazione Transparency International il Marocco si colloca al 90 posto su 176 paesi). Questa situazione di mancanza di lavoro e di disoccupazione giovanile è presente in tutto il Nord Africa, specialmente in Tunisia ed Egitto.

Il Rif è una regione “difficile” per il Marocco: colonizzata dagli spagnoli, la regione ha conosciuto l’indipendenza per un breve periodo tra il 1921 e il 1926, per poi ricadere nelle mani delle potenze europee. Anche dopo l’indipendenza del Marocco la regione è stata al centro di proteste nel 1958-1959, con una violenta repressione da parte del makhzen e la conseguente emarginazione da tutti i progetti di sviluppo del paese. In questi anni il Rif è riuscito a sostenersi grazie alle rimesse dei numerosi cittadini emigrati nei paesi europei.

Manifestazioni di solidarietà per il Rif si sono svolte in diverse città come Tangeri, Rabat, Casablanca e Nador dove sono stati organizzati dei sit-in, e sul web con appelli come quello nato dai poeti Abderrahim ElKhassar e Mohamed Ahroba. In un documento viene espressa “profonda preoccupazione per gli sviluppi della situazione”, e si afferma il sostegno alla mobilitazione pacifica della società civile, richiedendo il rilascio dei prigionieri e l’apertura di un dialogo immediato con le istituzioni. Tale documento è stato sottoscritto da più di 500 intellettuali marocchini fra scrittori, registi, musicisti e poeti internazionali come l’iracheno Salah Faik, l’omanita Zaher Al Ghaferi e il siriano Faraj Bayrakdar.

Ma non sono solo gli intellettuali ad utilizzare il web come strumento di protesta: come è avvenuto precedentemente nelle “primavere arabe”, su Facebook sono nati miriadi di gruppi, privati e pubblici, che sostengono i manifestanti con pubblicazioni di video e news. Uno dei più interessanti è il “Comitato del movimento popolare del Rif a Dusseldolf“, città che conta una storica emigrazione marocchina proveniente dal Rif, risalente addirittura agli anni 60. Questo gruppo conta circa 2000 iscritti e ha organizzato una manifestazione a Bonn davanti il palazzo delle Nazioni Unite il 1 luglio 2017 dimostrando come la questione del Rif sia a cuore anche agli emigrati all’estero.

Sadeck Hajji, giornalista e politico marocchino ha dichiarato che “il popolo marocchino non vuole una nuova primavera araba, poiché ha visto le conseguenze sulla Tunisia e la Libia, ma vuole giustizia e libertà”. Tuttavia i manifestanti mantengono la linea dura dopo le attese disilluse del 2011: il governo aveva infatti promesso fra le varie riforme costituzionali la monarchia parlamentare che, secondo il professore di relazioni internazionali all’università di Aix en Provence Aboubakr Jamaï, è l’unico modo per conciliare democrazia e monarchia in Marocco.

Proteste simili a quelle di Al-Hoceima scoppiarono circa un anno fa a Tangeri ma allora il primo ministro Abdelillah Benkirane incontrò la popolazione locale e mediò una soluzione per allentare le tensioni. L’attuale primo ministro Saad Dine El Othaman non ha tuttavia lo stesso carisma per replicare un’iniziativa simile, anche perché il nuovo governo è nato dopo sei mesi di stallo politico. Lo Stato marocchino ha compreso che una dura repressione sarebbe controproducente e porterebbe ad una degenerazione della situazione.

Mohammed Chtatou, professore all’università Mohammed V, afferma che il governo dovrebbe attuare una sorta di “piano Marshall” per lo sviluppo della regione. Un importante segnale distensivo sarebbe certamente l’annullamento del editto reale del 1958 che prevede la militarizzazione della regione, mostrando così una chiara intenzione di voltare pagina e di ricostruire un rapporto con una popolazione che ha un’immagine negativa del governo e non ha più fiducia nelle istituzioni statali.